Padre Albanese: migrazioni indice di malessere

Il padre comboniano e il direttore di Città Nuova Zanzucchi ospiti dell’incontro sulla povertà mondiale organizzato presso la parrocchia di Santa Francesca Romana all’Ardeatino di Jacopo D’Andrea

Disuguaglianza sociale, globalizzazione in chiaroscuro e nuovi ordini mondiali. Sono alcuni dei temi affrontati, giovedì sera (5 maggio 2011) presso la parrocchia di Santa Francesca Romana all’Ardeatino, durante la conferenza “Lo scandalo della povertà mondiale”. L’incontro s’inserisce nel ciclo, giunto alla seconda edizione, di dibattiti culturali “Nel mondo ma non del mondo”, organizzato con il sostegno delle Acli Roma e di Scienza & Vita Roma 1. Presenti in qualità di relatori padre Giulio Albanese, missionario comboniano, giornalista ed esperto di Sud del mondo e Michele Zanzucchi direttore di Città Nuova.

Proprio quest’ultimo ha aperto il dibattito raccontando la sua esperienza da osservatore nel terzo paese più povero del mondo: Haiti. «Lì la povertà si tocca con le mani – spiega il giornalista –. Sembra quasi di essere nell’anticamera dell’inferno, con il 95% di disoccupazione». Mentre si vedono «i suv dei funzionari delle ong i cui stipendi alti assorbono il 95% dei loro bilanci, sfrecciare per le strade dell’isola», continua Zanzucchi, denunciando come ci sia stata in questa nazione caraibica «generosità solo per i primi 3-4 mesi dopo un terremoto che ha fatto 300mila morti causando 1 milione e mezzo di senzatetto: in pratica un haitiano su tre».

Ma Michele Zanzucchi si è soffermato anche sul rapporto tra Occidente e Islam dove si è «parlato a sproposito di scontro di civiltà» nonché delle recenti rivoluzioni nordafricane. «Purtroppo l’unico linguaggio della politica occidentale su di esse, è stato quello delle armi», sottolinea il direttore di Città Nuova, evidenziando come in questi paesi invece «ci sia voglia d’Europa, di un rapporto con essa perché in fondo il Mediterraneo ci unisce». E infine, ricorda come «la Chiesa stia svolgendo un lavoro immane in questo ambito pur in situazioni in cui le minoranze cristiane sono oppresse» e come «noi cristiani siamo chiamati alla responsabilità d’amore». Perché «l’ordine che nasce dall’amore porta alla coesione sociale: mentre i problemi nascono quando vediamo l’altro come un diverso e quindi ci spaventiamo», argomenta Zanzucchi.

Sugli stessi toni ma ancor più critico su certe storture del capitalismo selvaggio è stato padre Giulio Albanese. «Viviamo proprio in un pazzo pazzo pazzo mondo», dice il missionario. «Il boomerang lanciato sui paesi in via di sviluppo per notevoli convenienze di business – aggiunge – ci sta tornando indietro». E – citando Paolo VI che nel 1971 disse: «Il nostro è un tempo in cui a grandi progressi si associano abissi di perplessità» – rileva come «il flusso migratorio è sintomatico del malessere delle periferie del mondo». Tutto questo in un paradosso che contraddice proprio i fondamenti del «liberismo, giacché Adam Smith – ricorda padre Albanese – scriveva che il prezzo delle merci deve essere stabilito in libero accordo dai compratori e dai venditori». E invece, «oggi per effetto della deregulation, un piccolo gruppo determina il prezzo delle merci». Con il risultato che sul mercato delle materie prime si specula in maniera iniqua e «ai produttori africani di esse vanno le briciole».

Quindi alla luce di questo esempio e della considerazione che «il Pil dell’Africa Subsahariana (territorio di gran lunga più esteso dell’Europa, ndr) ammonta solo a un trilione di dollari: l’Italia infatti lo ha più del doppio e malgrado il continente nero galleggi in pratica nel petrolio light (quello con meno concentrazione di zolfo quindi più pregiato, ndr)», bisognerebbe rivedere le «responsabilità occidentali», riflette padre Albanese. Anche perché «un documento bellissimo di Giovanni Paolo II stilato poche settimane prima della sua chiamata nella casa del Signore, è stato il compendio della dottrina sociale della Chiesa», ricorda il padre comboniano. «Documento che molti signori della finanza internazionale che si dicono cristiani tendono a lasciare nel cassetto», ammonisce, sottolineando però come «il benessere degli altri è anche il nostro come nostrum è il Mediterraneo».

6 maggio 2011

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