“Pregherò”, quell’intuizione di Celentano

Sono passati 50 anni dalla canzone del “molleggiato”. La riedizione della celebre “Stand by me” era più fedele all’originale scritto da Ben E. King rielaborando un gospel del reverendo Cleveland di Walter Gatti

Adriano Celentano ha appena compiuto 75 anni. Il cantante della via Gluck è arrivato a questa bella età offrendo al pubblico il lusso di un concertone all’Arena di Verona che ha permesso a grandi e piccini di ricordare che – anche se gli anni passano – il re del rock’n roll italiano rimane lui. Il “molleggiato”, il giovanotto che aveva iniziato incidendo Jailhouse rock e Rip it up (in perfetto stile-Presley) e che pure Federico Fellini aveva voluto nella “Dolce vita” per mostrare al mondo che pure l’Italia sapeva ballare e divertirsi sui ritmi dei giovani americani.

Simpatico-antipatico, popolare-populista, anticipatore-conservatore, brillante-scontato, provocatore-allineato, spontaneo, opportunista: Celentano ha sempre mostrato doti canore insuperabili, personalità, temperamento, sensibilità da uomo del popolo, radicamento in valori sociali espressi a volte in modo confuso, ma certamente non superficiali. Ecco: circa mezzo secolo fa, era il 1962, Adriano incideva una canzone che metteva insieme canto gospel, tradizione religiosa italiana, potenza emotiva del rhythm’n’blues.

Stiamo parlando di Pregherò, uno dei successi più duraturi del cantante milanese, canzone che per la prima volta traghettò una tematica di tipo spirituale verso il nuovo mondo della musica giovanile degli anni ’60:

Pregherò
per te
che hai la notte nel cuor
e se tu lo vorrai
crederai.
Io lo so perché
tu la fede non hai
ma se tu lo vorrai
Crederai

Era il ‘62 e questo modo di dire e cantare non era per nulla consueto anche per quegli anni. Parlare di fede e preghiera, miscelare cielo e terra, amor sacrale ed amor terreno («Dal castello del silenzio egli vede anche te, e già sento che anche tu lo vedrai; Egli sa che lo vedrai, solo con gli occhi miei ed il mondo la sua luce riavrà; Io t’amo, t’amo, t’amo, questo è il primo segno che dà, la tua fede nel Signor, nel Signor») nell’interpretazione di un ventiquattrenne aveva un sapore strano, visto che era già iniziata la manovra di distacco del mondo giovanile da quello dei genitori e dai valori prima condivisi.

Ma la canzone di Celentano, che era la riedizione italiana della celebre Stand by me, conteneva intuizioni insospettabili che ne fanno un brano musicale eterno. L’originale di Ben E. King l’hanno cantato in molti, tra gli altri anche John Lennon e Bruce Springsteen, gli U2 e persino Lady Gaga. Nella sua naturale genialità ed incoscienza, Adriano ne ha tratto un prodotto nuovo, insolito e decisamente più fedele all’originale, visto che Stand by me in realtà è stata scritta da Ben E.King elaborando però (come spesso si faceva in quegli anni) un bellissimo gospel – cioè un canto religioso dei neri americani – del reverendo James Cleveland, Lord Stand By Me: «Oh Signore stai di fianco a me, Apri il tuo cuore e il Signore Gesù vi entrerà».

Quell’invocazione gospel diviene un amichevole e accorato invito laico nella versione che ne danno Ben King e Lennon, non diverso da tantissime grandi canzoni rock che ruotano attorno al “fidati di me, mi fiderò di te per superare le fatiche della vita”: da Bridge over trouble water (Simon and Garfunkel) a You’ve got a friend (di Carole King ma portata al successo da James Taylor).

In Celentano, invece, Pregherò rimane ancorata alle radici, alle ispirazioni iniziali, ai motivi reali dell’invocazione gospel:

La fede è il più bel dono
che il Signore ci dà
per vedere lui
e allora
tu vedrai,
tu vedrai…

Fede, preghiera, Dio: più tardi, dopo questo brani di Celentano, arriveranno altre canzoni, da Dio è morto alle canzoni della Buona Novella di De Andrè, tutte considerate più colte, forse solamente attraversate dai contrasti e dai chiaroscuri di una cultura che si affrancava dalle radici della tradizione.

Pregherò, invece, rimane – come Meraviglioso di Domenico Modugno e L’immensità di Don Backy, riprese entrambe recentemente dai Negramaro e da Francesco Renga – una canzone figlia di un tempo nel quale “dipendere” da “qualcuno” era naturale, quotidiano, abituale. Canzoni d’altri tempi e d’altra cultura.

Oggi “dipendere” da un Altro sembra non andare più di moda. E quindi pregare è roba da vecchi o da depressi. Sarà cosi oppure ha ragione quel che dice Niccolò Fabi in una delle canzoni del suo ultimo disco: «È poi felice chi è indipendente da tutto?»

15 gennaio 2013

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