«Quel sorriso di Roncalli»

Il ricordo di Giovanni XXIII nell’intervista all’arcivescovo Ennio Appignanesi: le visite al Bambin Gesù, a Regina Coeli, Sinodo e Concilio «Firmò la prima nomina per Casal Bertone» di Laura Badaracchi

È nato durante il Giubileo 1925, Anno Santo proclamato da Pio XI; era un adolescente quando Achille Ratti morì e gli successe il romano Eugenio Pacelli con il nome di Pio XII, che indisse il successivo Anno Santo 1950: «L’8 aprile, a 25 anni, fui ordinato sacerdote», rileva. Finora l’arcivescovo Ennio Appignanesi ha visto salire al soglio pontificio otto Papi, ma di uno in particolare custodisce ricordi personalissimi e affettuosi, perché ha segnato gli anni della sua formazione e i primi passi del suo ministero sacerdotale. Lucido e affabile, con l’ironia e la schiettezza che contraddistinguono il suo carattere, monsignor Appignanesi – che il prossimo 18 giugno varcherà la soglia degli 89 anni, dopo essere stato anche vescovo ausiliare della diocesi dal 1985 al 1988 con l’incarico di vicegerente – è particolarmente legato alla figura del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, ex alunno del Pontificio Seminario Romano Maggiore, che frequentò per cinque anni fino all’ordinazione. «Fu proprio Papa Giovanni XXIII a firmare di suo pugno la mia prima nomina come parroco nel 1959 a Santa Maria Consolatrice, a Casal Bertone, ma lo conobbi diversi anni prima, quando ero seminarista».

In quale periodo?
L’ho conosciuto quando era nunzio apostolico a Parigi, nominato nel ’44 da Pio XII. Nel luglio del 1948, per riposarsi qualche giorno, venne a Roccantica, in provincia di Rieti, paese dove sorgeva la sede estiva del Seminario. Ricordo nitidamente quel giorno: ero alunno di teologia e prefetto, cioè responsabile di un gruppo di seminaristi. L’abbiamo accolto e lui si è fermato all’aperto con noi per ore, parlandoci con gioia degli anni di seminario, riconoscente per la formazione ricevuta e per il suo direttore spirituale, il servo di Dio padre Francesco Pitocchi, redentorista morto nel 1922. In seguito venne a trovarmi in camera e mi chiese del funzionamento della casa, se tutto andava bene.

Cosa la colpì, in modo particolare?
Il suo grande amore per Cristo e per la Chiesa. E i suoi sorrisi: era amabile, fecondo, gradito. Voleva condividere con noi il suo passato, per farci capire l’importanza del tempo dedicato alla formazione. Ci disse anche che proprio a Roccantica era affezionato perché lì aveva celebrato la sua seconda Messa nell’agosto del 1904, dopo l’ordinazione nella chiesa di Santa Maria in Montesanto a piazza del Popolo e la prima Messa in San Pietro: aveva 23 anni. Con il treno era partito da Roma per raggiungere la stazione di Stimigliano, poi il viaggio era proseguito per una ventina di chilometri su un carro trainato da buoi su una strada sterrata: la talare nera era diventata quasi bianca per la polvere. Sempre alla villa estiva del Seminario volle tornare da Papa, il 12 settembre 1960, dove venne accolto nel pomeriggio dagli alunni e dal rettore, monsignor Plinio Pascoli. Aveva una grande cultura storica, patristica, letteraria, messa a servizio della Chiesa.

Nel 1953 Roncalli fu creato cardinale e il 28 ottobre 1958, a 77 anni, divenne il 261º vescovo di Roma: la sua reazione?
Il conclave durò quattro giorni. Per me e per noi ex alunni del Seminario Romano fu una grandissima gioia: nella sua formazione era impressa in modo indelebile una traccia che si ricollegava anche con il passato. Sulla sua scrivania teneva sempre una icona della Madonna della Fiducia, patrona del Seminario. Tanti i gesti memorabili da lui compiuti nei primi mesi di pontificato: dalla visita all’ospedale pediatrico Bambin Gesù, nel Natale del ’58, a quella del carcere di Regina Coeli il giorno dopo, quando disse: »Non potete venire da me, così io vengo da voi… Dunque eccomi qua, sono venuto, m’avete visto; io ho fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore… La prima lettera che scriverete a casa deve portare la notizia che il Papa è stato da voi e si impegna a pregare per i vostri familiari». Parole indimenticabili e commoventi, che colpirono l’opinione pubblica. La gente lo chiamava «er Papa nostro». Dopo un anno di pontificato era già popolarissimo: tutti entusiasti di lui. Anche nelle sezioni del Partito comunista era appesa la sua foto.

Un «bagno di folla» che ricorda in modo particolare?
La sua visita pastorale alla parrocchia di San Basilio il 31 marzo del 1963, a due soli mesi dalla morte: trenta chilometri percorsi dal Vaticano fino alla borgata in via Tiburtina, durante i quali il Papa fece fermare più volte la macchina per benedire le persone.

Fu proprio Giovanni XXIII a volere il primo Sinodo diocesano nel gennaio del 1960…
Il precedente risaliva al 1461. Il 25 gennaio 1959 disse nella basilica di San Paolo fuori le Mura che andava fatto; io ero presidente della commissione che si occupava della pastorale giovanile, da cui emersero tante indicazioni utili anche per il presente: si parlava di inglobare i laici nella vita ecclesiale e di aumentare le loro responsabilità, ad esempio. Un Papa rivoluzionario, da terremoto, che indisse con coraggio il Concilio Vaticano II e cambiò la storia della Chiesa in tempi travolgenti, che chiedevano un aggiornamento. Alla fine della seconda guerra mondiale la Provvidenza ha voluto farci una carezza con i nostri Papi coraggiosi e santi. Li abbiamo conosciuti e abbiamo vissuto con loro.

L’ha incontrato personalmente altre volte?
Nel luglio del 1960, in udienza: riconobbi ancora una volta la sua amabilità e cordialità. Ho una foto di quella giornata. E poi durante due udienze al clero romano: ci parlò per un’ora, bevendo solo alla fine un sorso d’acqua.

Nei giorni precedenti alla sua morte che clima si respirava?
Migliaia di persone pregavano mentre lui soffriva, come se fosse uno di famiglia: un dettaglio che esprime quanto fosse amato.

11 aprile 2014

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