Riforme, «il sì all’immunità un soprassalto di ragionevolezza»

Il costituzionalista Marco Olivetti (Università di Foggia): «I veri nodi: il modo di elezione del Senato, le sue incombenze, il rapporto con la prima camera e il riparto di competenze Stato-Regioni» di Francesco Rossi (Agenzia Sir)

Sì all’immunità per deputati e senatori. La commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato un emendamento al disegno di legge sulle riforme costituzionali che ripristina l’attuale sistema. Un privilegio o una tutela? Il Sir ne parla con Marco Olivetti, docente di Diritto costituzionale all’Università di Foggia.

Come giudica la decisione di mantenere l’immunità al Senato?
Se il Senato resta un’assemblea parlamentare, è logico che esista una forma d’immunità simile a quella prevista per la Camera. Questa, alla fine, si riduce a due meccanismi: il primo è l’immunità per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle proprie funzioni, prevista dalla nostra Costituzione anche per i consiglieri regionali. In secondo luogo non è la vecchia ‘autorizzazione a procedere’ che c’era fino al 1993 e permetteva di bloccare tutti i procedimenti giudiziari. Serve, infatti, l’autorizzazione solo per l’arresto o la limitazione della libertà di corrispondenza e di domicilio. Il processo si può svolgere lo stesso. È una misura saggia e necessaria a tutela della funzione del parlamentare.

Dopo le polemiche dei giorni scorsi, l’approvazione è avvenuta a larghissima maggioranza. Politicamente questo voto ha un significato?
Mi sembra ci sia stato un soprassalto di ragionevolezza. L’idea che non debbano esistere garanzie specifiche per l’attività politica di fronte anche a eventuali abusi della giurisdizione è pericolosa. Non si può tornare al ’47, della vecchia autorizzazione a procedere è stato fatto un pessimo uso, però ricordiamo che la nostra Costituzione l’aveva prevista per bilanciare il ruolo della magistratura e della politica. Un filtro del parlamento è necessario per limitare provvedimenti restrittivi – preventivi, quindi quando la persona è ancora presunta innocente – che rappresentano veri e propri abusi.

Un filtro per evitare l’uso politico della magistratura?
Sì. È vero che ogni giorno vediamo episodi di corruzione nella politica, ma vi sono pure abusi nella carcerazione preventiva, con richieste di arresto non necessarie. L’abuso può esserci ugualmente, montando processi poco plausibili, ma almeno così può essere preservata la libertà personale del parlamentare. Ricordiamo che il parlamento può concedere l’arresto, se lo ritiene motivato.

Non c’è il rischio di allontanare ancora di più il Palazzo dai cittadini, che non hanno alcuna tutela contro eventuali abusi?
Il rischio c’è. Però mi preoccupa di più l’abuso dell’arresto rispetto a eventuali eccezioni. Non bisogna tutelare il parlamentare ma la sua funzione: l’immunità non è un privilegio, ma una prerogativa che ha delle giustificazioni. Dall’altro lato oggi bisogna chiedersi se non sia il caso di creare meccanismi più garantisti di fronte a un uso così indiscriminato della carcerazione preventiva, che non corrisponde alla logica della Costituzione italiana.

Con un nuovo Senato probabilmente non eletto direttamente c’è il rischio che qualche politico con una condotta non trasparente venga “paracadutato” lì per evitare di sottoporlo al giudizio dei cittadini e, al tempo stesso, garantirgli l’immunità?
Innanzitutto dobbiamo capire come verrà eletto il Senato. Se anche l’elezione dovesse essere indiretta, però, non potrà venire a mancare il giudizio dei cittadini: si sarà pur stati precedentemente eletti in un organismo rappresentativo. Gli abusi non si possono mai escludere a priori, ma occorre evidenziare che, in questo modo, non si sottrae una persona all’espiazione della pena dopo la condanna.

Superata l’impasse dell’immunità, ora il cammino delle riforme può procedere?
Credo che quello dell’immunità fosse un falso problema. I veri nodi sono ancora tutti davanti al parlamento: il modo di elezione del Senato, le sue incombenze, il rapporto con la prima camera e il riparto di competenze Stato-Regioni. Sono nodi significativi che dovranno essere sciolti; questo era l’ultimo dei problemi, anche se riconosco che potesse suscitare interesse in un clima populistico.

3 luglio 2014

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