Roncalli e Wojtyla, testimoni da imitare

La santità dei due papi raccontata dai postulatori Califano e Oder: l’incontro diocesano per i giovani a San Giovanni in Laterano presieduto dal vescovo Zuppi e concluso da una catechesi di don Rosini di Maria Elena Rosati

La vita, il pontificato e la santità di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II sono stati al centro dell’incontro promosso dalla pastorale giovanile diocesana sul tema “L’eredità dei Santi”, martedì 22 aprile a San Giovanni in Laterano. Una serata di preghiera, testimonianza e riflessione per i giovani, che ha aperto le iniziative in vista della canonizzazione, nel ricordo di due Papi da cui «tutti abbiamo ricevuto tanto e che ci aiutano a crescere nella fede», come ha detto il vescovo Matteo Zuppi che ha presieduto la liturgia.

Padre Giovangiuseppe Califano, dell’ordine dei Frati Minori, postulatore della causa di Giovanni XXIII, ha spiegato il legame di Roncalli con l’ordine francescano, di cui era terziario. Un’appartenenza di cuore, manifestata in tutta la vita: «Giovanni XXIII aveva un cuore francescano – ha detto -, un animo semplice, umile, lieto e fraterno. Proveniente da una famiglia povera, voleva morire povero, nella certezza che ogni bene della vita fosse legato solo alla misericordia di Dio, e nell’umile concezione di sé, che lo portava a ripetere “Dio è tutto, io sono nulla”».

La definizione di “Papa Buono” racconta quei «gesti di bontà che hanno commosso tutti», come le visite ai piccoli malati dell’ospedale Bambino Gesù, ai carcerati di Regina Coeli, alle parrocchie di Roma: espressioni di servizio e vicinanza e realizzazione delle opere di misericordia del Vangelo, in cui, ha spiegato padre Califano, «il Papa buono ripercorreva le orme di Gesù Buon Pastore, nella carità».

E poi il coraggio di Giovanni XXIII espresso nel Concilio «suggerimento dello Spirito», momento speciale in cui «la Chiesa iniziava a parlare il linguaggio del suo tempo per comunicare a tutti la parola di Dio». Roncalli è così Papa del rinnovamento, con un segreto di giovinezza racchiuso nel «desiderio di appartenere a Dio, di compiere il Suo disegno di santità», per essere «santo ad ogni costo», secondo il desiderio che ha guidato tutta la sua vita. «La santità di questi pontefici è imitabile – ha concluso padre Califano -, le loro vite ci invitano a percorrere la nostra personale strada di santità».

Emozione e soddisfazione nelle parole del postulatore della causa di Giovanni Paolo II, monsignor Slawomir Oder, che ha ripercorso i nove anni di cammino verso la canonizzazione. «Un’esperienza straordinaria», in cui ha spiegato di aver conosciuto il senso dell’umorismo di Giovanni Paolo II e, attraverso le risposte alle domande sulla sua santità, raccolte nei viaggi e nei contatti con persone di tutto il mondo, ha trovato il modo di raccontare papa Wojtyla: «Un santo è un modello, è “luogo” visitato e toccato da Dio, che ti mostra la strada da seguire – ha detto -, la santità si sviluppa nel tempo, accogliendo la grazia e l’opera di Dio. Giovanni Paolo II è stato intagliato dalla mano del Signore nella santità, attraverso la sofferenza».

Il Papa polacco, che viveva di preghiera e di incontri, «abitava lo spazio di Dio e dell’Eucaristia, riempiva il suo cuore della presenza del Padre e, stringendo le persone negli abbracci e nei gesti di paternità, trasmetteva il suo amore». Vivere la sua eredità, ha sottolineato il sacerdote, vuol dire così «custodire la memoria e vivere quella santità che dà gusto e senso alla vita».

Le due canonizzazioni come momento di grazia per tutti, nella catechesi di don Fabio Rosini che ha chiuso l’incontro: «La santità non nasce da doti personali – ha affermato -, è Dio che chiama: per essere santi bisogna conoscere Cristo, sapere com’è il Padre, e come lavora lo Spirito Santo». I due Papi hanno cambiato la storia, con il rinnovamento possente del Concilio, e con la forza di abbattere i muri e spalancare le porte a Cristo; due uomini coraggiosi, Angelo Roncalli e Karol Wojtyla, cresciuti nella povertà, forgiati dalla sofferenza, «ma che hanno sperimentato la provvidenza di Dio».

Di qui la riflessione di don Rosini sulla tentazione alla tristezza e alla paura che viviamo oggi: «Vale la pena essere uomini: Dio che ci ha creato, ama ciascuno di noi nella sua unicità, tanto da dare la vita per noi. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno creduto nel cuore dell’uomo, in cui non si spegne mai la luce del bene». Ricercare la santità, ha detto ancora don Rosini, è quindi «credere a quello che Dio vuole operare in ognuno di noi, e non buttare via nulla della nostra vita, perché Dio può trasformare in opera d’arte anche la storia più disperata».

23 aprile 2014

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