San Gabriele dell’Addolorata, la prima pietra
Il 6 maggio presieduta dal cardinale Ruini la celebrazione che dà il via alla costruzione della chiesa di Giulia Rocchi
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Non si parla d’altro, nella zona di piazza dei Consoli. Gli anziani ai giardini, le mamme al supermercato. «Ha visto? Finalmente, la nuova chiesa!». E dire che quasi non ci speravano più, i fedeli di San Gabriele dell’Addolorata. Ormai abituati ad ascoltare la Messa nei locali sotto al condominio di via Livia Drusilla, troppo caldi durante l’estate e gelidi nei mesi invernali. Ma presto avranno anche loro una chiesa vera e propria. «Con tanto di campanile!», aggiunge qualcuno guardando il progetto dell’architetto Giovanni Testa.
Domenica 6 maggio, alle 16.30, ci sarà la posa della prima pietra del nuovo edificio di culto. Presiederà la celebrazione il cardinale Ruini e interverranno il vicegerente Moretti e il segretario dell’Opera romana per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese in Roma Ufficio edilizia culto, il vescovo Ernesto Mandara. «Verrà impartita la benedizione a tutta l’area su cui sorgerà il complesso parrocchiale – spiega monsignor Fabio Paglioni, parroco a San Gabriele da oltre vent’anni -. Quindi ci sarà la posa della prima pietra, all’interno della quale sono state inserite simbolicamente una pergamena e due monete: una dello Stato italiano e l’altra dello Stato vaticano». Si emoziona, il sacerdote, parlando della giornata del 6 maggio. «La nostra è stata un’attesa simile a quella del popolo ebraico, che ha passato quarant’anni nel deserto. Come noi in questi locali».
Locali che, fino al ’94, erano ancora più angusti e bui. Poi, grazie a dei lavori di ristrutturazione, l’aula sacra ha preso l’aspetto di oggi: pareti chiare, giochi di luce. Ma lo spazio è rimasto più o meno lo stesso: troppo poco. Monsignor Paglioni ricorda «l’iter burocratico molto faticoso» per ottenere la costruzione del nuovo edificio. Fino a pochi anni fa, infatti, sul terreno riservato alla chiesa, sorgevano tre casupole, abitate da famiglie in difficoltà. Per prima cosa, quindi, si è cercato di trovare sistemazioni confortevoli per gli inquilini. Poi è stato il turno dei rilevamenti archeologici. «Si è dovuta fare pure una variante al piano regolatore», dice il sacerdote. Anche i parrocchiani raccontano quanto fatto in questi anni, come «la raccolta di firme del 1986». O tutte le preghiere dei fedeli dedicate alla costruzione della chiesa. Mentre la signora Marisa, che vive qui da trent’anni, parla di «un presepe, realizzato qualche anno fa da Dino Bigi, in cui un ipotetico nuovo edificio venne rappresentato su una nuvola». Quella nuvola, oggi dissolta, lascia finalmente spazio alla sola realtà.
4 maggio 2007