Scampia, quando il judo diventa scuola di vita

Nella parrocchia di San Tommaso Moro il maestro Gianni Maddaloni ha raccontato la sua esperienza con i giovani della periferia napoletana, nella palestra che ne ha strappati migliaia alla camorra di Daniele Piccini

La parrocchia di San Tommaso Moro a San Lorenzo a lezione di legalità dai ragazzi di Scampia. Sabato pomeriggio il maestro di judo Gianni Maddaloni, fondatore nel 2005 della palestra Star Judo Club nel cuore della periferia napoletana, insieme con i ragazzi che allena e segue da anni strappandoli all’abbraccio mortale con la camorra, e con gli atleti della Nazionale italiana del gruppo sportivo dei Carabinieri, Fabrizio Piatti e Marianna Marinosci, si sono esibiti su un tatami allestito sul campo sportivo dell’oratorio. Nella palestra di Gianni Maddaloni si sono formati anche i suoi figli: Giuseppe Maddaloni, oro olimpico a Sidney 2000, e Marco Maddaloni, due volte campione europeo. Ma le medaglie piú splendenti nella bacheca della Star Judo Club sono le migliaia di ragazzi che, grazie al judo, hanno avuto un’alternativa rispetto alla militanza nelle file della camorra. Sebbene di titoli italiani la palestra Maddaloni ne abbia conquistati molti, sulle maglie dei ragazzi di Scampia in trasferta a Roma non sono cuciti scudetti ma titoli ben piú preziosi. Parole che dicono la finalitá e il metodo del “percorso Maddaloni” riassunti in una scritta: “La legalità si costruisce con lo sport”.

Anche il judo, suggerisce monsignor Andrea Celli, parroco di San Tommaso Moro, durante un momento di preghiera, può essere una delle vie attraverso la quale lo Spirito santo ci libera: i suoi sette doni possono soppiantare, uno per uno, le pietre con cui il peccato appesantisce il nostro cuore e la nostra vita. I ragazzi del gruppo Giovani di San Tommaso Moro, infatti, prima riempiono di pietre un cuore disegnato in terra; ognuna ha il nome di una zavorra: l’omologazione, l’ira, le difficoltà di relazione. Poi ciascuna pietra viene sostituita con una candela e con un dono dello Spirito santo: il cuore si alleggerisce. «Per battere il male – dice Maddaloni – bisogna fare il bene, il male si contorce quando si fa il bene». Proprio questo significa la parola “judo”: usare la forza dell’avversario contro di lui.

Proiettato in una sala della parrocchia, il film “L’oro di Scampia” prodotto da Rai Fiction per la regia di Marco Pontecorvo, ha raccontato la storia di Gianni Maddaloni (interpretato da Beppe Fiorello, che ha anche sceneggiato la pellicola) e della sua battaglia contro la camorra, tra le vie del sobborgo di Scampia, dominate in cielo dalle sagome delle Vele, palazzi alveari dove vivono migliaia di persone, e sulla terra dalle pattuglie di scooter dei giovani camorristi.

In giapponese “samurai” significa servitore. Anche Gianni Maddaloni è un samurai, un autentico servitore della legalità e della sua comunità. «Alcuni pensano che aiuto la gente – spiega -, altri che sono pazzo. Anche mio figlio spesso mi dice, in dialetto, “Chi te lo fa fare?”. Le Forze dell’ordine a Scampia fanno bene il loro dovere, ma se non si usano l’educazione e la prevenzione la droga si riproduce. A voi ragazzi consiglio di coltivare l’eccellenza, qualsiasi cosa facciate. Studiate molto e usate un po’ meno il pc. Riscoprite poi il valore dell’esperienza dei vostri nonni». Nell’educazione infatti conta soprattutto l’esempio e la testimonianza. «Nella nostra palestra – prosegue il maestro di judo – si allenano una decina di rappresentanti delle Forze dell’ordine. Anche così si combatte l’illegalità, avendo persone che lottano per la legge e la legalità mischiate con i ragazzi, ad insegnare loro nuoto o judo».

Da un libro di Gianni Maddaloni sarà presto tratta una serie televisiva da dodici episodi di un’ora. «Vorrei che fosse la Rai a produrre la serie – auspica Maddaloni – e non Sky, che con la fiction “Gomorra” tratta dal libro di Roberto Saviano non rispecchia la mia gente, Scampia, l’Italia». Ma Scampia non è lontana, avverte infine monsignor Celli, «è anche a San Lorenzo, ovunque ci sia l’uomo con le sue domande fondamentali».

Poche ore prima, in occasione dei 70 anni del Centro sportivo italiano, le associazioni dello sport di base sono state ricevute da Papa Francesco in piazza San Pietro, gremita da 80mila persone. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, in visita alla parrocchia di San Tommaso Moro per salutare gli amici Gianni Maddaloni e monsignor Celli, traccia il bilancio della giornata e riassume il pensiero del Santo padre sulla funzione dello sport nella società. «Ai giovani, ha detto il Papa, bisogna dare tre cose: l’educazione, che viene soprattutto dalla scuola, ma dovrebbe cominciare in famiglia; lo sport e il lavoro – ha riferito Malagò -. Una volta che ci sono queste tre cose le persone hanno la possibilità di essere felici. Mi hanno colpito la forza e la semplicità delle parole del Papa. Chiesa e sport possono fare insieme un tratto di strada importante – ha concluso il presidente del Coni – condividendo una serie di valori comuni che spesso addirittura si sovrappongono. Io sono cattolico ma questo percorso vale anche per altre religioni. Si deve iniziare dalla scuola e al suo lavoro deve poi aggiungersi anche quello degli oratori».

9 giugno 2014

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