Shusaku Endo, alla ricerca del volto perduto
di Andrea Monda
«Diodoro Siculo narra la storia di un dio fatto a pezzi e disperso; chi, camminando nel crepuscolo o rammentando una data del suo passato, non ha sentito qualche volta, che s’era perduta una cosa infinita? Gli uomini hanno perduto un volto, un volto irrecuperabile e tutti vorrebbero essere quel pellegrino (sognato nell’empireo, sotto la Rosa) che a Roma vede il sudario della Veronica e mormora con fede: “Cristo Gesù, mio Dio, Dio vero, questo era, dunque, il tuo volto?”».
Questo brano con cui J.L.Borges commenta il trentunesimo canto del Paradiso di Dante è quanto mai efficace per introdurre alla poetica dello scrittore giapponese Shusaku Endo oggi quasi scomparso dal mercato libraio italiano dopo un periodo, tra gli anni ’70 e gli ’80 in cui era molto popolare. Nel nostro paese Endo è stato per lungo tempo, un po’ come il cinema Kurosawa, il “volto amico” del Giappone, la sua espressione più vicina e comprensibile, oggi invece vive un periodo di oblio il che è paradossale perché la situazione di sempre maggiore commistione e confronto, incontro-scontro tra la cultura nipponica e quella occidentale, è stata sempre al centro della sua produzione letteraria sin dal primo romanzo, “Vulcano”, pubblicato nel 1959 e in Italia da Rusconi nel 1985.
Trent’anni fa, in un’intervista del 1981 Endo afferma qualcosa che oggi, dopo il disastro del terremoto e dello tsunami che hanno messo in ginocchio il gigante nipponico, fa una certa impressione: «Voi europei avete una civiltà stanca e ricorrete alla droga o ad altre estasi raffinate come si ricorre a una religione […”> anche il Giappone si è sviluppato al massimo sul piano economico. Soltanto ora cominciamo ad avvertire che ciò non basta. Siamo alla ricerca di qualche cosa capace di dare un senso alla vita». Il tema della ricerca di senso è il cuore della letteratura di Endo, ricerca del senso della vita, che per lo scrittore convertitosi da giovane al cattolicesimo, passa attraverso la ricerca del volto di Cristo (come giustamente ha osservato il padre Ferdinando Castelli inserendo la figura di Endo nell’antologia dedicata ai “Volti di Cristo nella letteratura contemporanea”), una ricerca quanto mai lacerante, perché non corrisponde ad un “ritorno a casa” ma ad un esilio, uno spaesamento. In uno scritto del 1973 intitolato Il tormento dello straniero, Endo osserva che se per i grandi scrittori cristiani francesi della prima metà del ‘900 (Mauriac, Bernanos, Claudel..) la conversione al cristianesimo equivaleva ad un ritorno alla casa natale, lo stesso non si poteva dire per il suo personale cammino di fede: «Avvertivo la presenza di un abisso. Più approfondivo la letteratura cristiana più lo stacco si faceva profondo».
Scrittore “abissale”, Endo parla in tutti i suoi romanzi di questo stacco, di una ferita che resta aperta in modo misterioso e inconsolabile. Nei suoi due romanzi migliori, “Silenzio” e “Il samurai”, l’azione ruota intorno a questo lacerante interrogativo: cosa dice all’uomo, all’uomo orientale in particolare lo scandaloso volto dell’uomo della croce? In “Silenzio” questo volto da una parte affascina e avvince, dall’altra è anche la pietra dello scandalo che viene scartata e gettata via: il protagonista, l’anziano padre gesuita Ferreira che si trova in Giappone da decenni a predicare il vangelo di Cristo, viene costretto attraverso terribili torture all’abiura e all’apostasia e infine sarà obbligato a calpestare fisicamente con i suoi piedi sporchi le icone di Cristo. Il silenzio di cui si parla è quindi quello di Dio, quello che lo stesso Cristo ha sperimentato sulla croce gridando «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?».
Ne “Il samurai”, romanzo storico che si muove tra il mondo agreste del Giappone e lo sfarzo della Roma rinascimentale, in maniera ancora più evidente si esplicita il tormento dello straniero: se è vero che la fede cristiana può rappresentare il punto di impatto e di contatto tra l’Oriente e l’Occidente, questo incontro non è per nulla scontato, agevole, confortevole. Non a caso Shusaku Endo, cattolico inquieto e scomodo, è stato paragonato e definito “il Graham Greene giapponese”.
La ricerca del volto di Cristo spingerà lo scrittore a occuparsi direttamente del Vangelo di cui realizzerà una sua personale e struggente versione, “Vita di Gesù”, romanzo in cui si avverte la stessa atmosfera che respiriamo nelle storie di spionaggio di Greene: una impietosa messa a fuoco della fragilità umana, una sorta di “mistica del peccato”, un’aria di cupezza e mestizia, di malinconica rassegnazione che, solo parzialmente e misteriosamente viene ravvivata e trova respiro in un momento di luce e riconciliazione. È il paradosso dell’amore, che Endo così riassume: «Se non si soffre con qualcuno, per qualcuno, non lo si ama».
14 giugno 2011