Torna la Festa dei Popoli

Appuntamento domenica 18 nel piazzale antistante la basilica di San Giovanni in Laterano con oltre 7mila persone. Dalle 9 alle 19 di Mariaelena Finessi

«Siamo tutti migranti». È in quest’espressione di Giovanni Paolo II, pronunciata in occasione della Giornata delle migrazioni, il senso della Festa dei Popoli, l’evento che da 17 anni permette a tutte le comunità straniere di Roma di incontrarsi e confrontarsi. Voluta inizialmente dai padri Scalabriniani, che nel tempo hanno guadagnato la collaborazione dell’Ufficio Migrantes e della Caritas diocesana, la Festa nasce in ambito cattolico perché il messaggio è che «la Chiesa – sostiene padre Gaetano Saracino, curatore dell’evento -, come luogo sempre aperto e accogliente, oltre ogni limite e frontiera, riunisce tutti i figli dispersi». Un’apertura che si allarga tuttavia alle altre religioni e tradizioni culturali «perché anche nell’uomo che emigra si rivela l’appartenenza all’unica famiglia umana».

Domenica 18 maggio, nel piazzale antistante la basilica di San Giovanni in Laterano, ci saranno allora oltre 7mila persone – è quanto stimano gli organizzatori sulla base delle edizioni passate – a vivere per un’intera giornata la diversità come moneta di scambio. Il programma – che ha per titolo proprio la frase di Papa Wojtyla – prevede, per le ore 9, l’apertura dell’evento. A mezzogiorno, nella basilica Lateranense, il segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, l’arcivescovo Robert Sarah, presiederà la solenne concelebrazione eucaristica animata da 19 comunità. Alle 13.30 seguirà quindi un pranzo etnico, arricchito dei cibi di ben 22 cucine internazionali. Nel pomeriggio, alle 15, è previsto uno spettacolo con 24 numeri di ballo folcloristico. Chiuderà, alle 19, l’estrazione della lotteria.

Latinoamericani, russi, ucraini, romeni, nigeriani, egiziani, filippini, cinesi e, per la prima volta, moldavi e venezuelani. Ognuno portatore della propria confessione religiosa, «a dimostrazione che la condivisione della vita è possibile anche con idee e fedi diverse». Non solo musica e svago dunque, la Festa dei Popoli – in linea con il carisma degli Scalabriniani – è un appuntamento «pensato anche per mettere in luce alcune responsabilità importanti degli operatori della comunicazione, degli operatori sociali, degli amministratori e della comunità cristiana perché vedano nell’immigrazione il mondo che cambia e che obbliga a trasformare il proprio linguaggio, i metodi, le strategie e gli orizzonti di riferimento».

Dello stesso avviso è don Pierpaolo Felicolo, vicedirettore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle migrazioni: «Questa festa è per noi una scommessa, un investimento, coinvolgere e fare lavorare insieme realtà diverse». Perché, «come ha detto il Pontefice – aggiunge -, l’accoglienza è un diritto e per noi un dovere, non soltanto un’emergenza. Quella della fede, nello specifico, è una domanda legittima e che investe l’interezza della persona, non solo i suoi bisogni materiali più immediati».

E che la manifestazione sia cresciuta nel tempo lo dicono i numeri: dopo aver avuto come scenario per 13 anni la parrocchia del Santissimo Redentore a Val Melaina, dal 2005 la Festa ha guadagnato la basilica di San Giovanni in Laterano. Destinata agli oltre 150 gruppi di stranieri cattolici (e non solo), organizzati in centri o associazioni presenti nella diocesi e nella provincia di Roma, l’evento coinvolge attivamente oltre 40 etnie per «una partecipazione degli immigrati che è reale».

Atteso come uno degli eventi più importanti a Roma in tema di integrazione e multietnicità, e sicuro fattore di coinvolgimento e di attrazione nonché un’ottima occasione per attutire tensioni sociali che spesso sollevano fenomeni di intolleranza, l’evento «stana anche i tentativi di chiusura delle comunità – raccontano gli organizzatori – coinvolgendole in un sano protagonismo e realizza l’agorà, la piazza vera, dove idee e confronto diventano lo strumento necessario con cui la città si confronta». E per chi vorrà interpretarli, realtà ecclesiali e istituzionali, ci sono tutti i segnali per interrogarsi «con serenità» sul fenomeno migratorio. Perché, non lo si dimentichi, bisogna «rimettere sempre al centro – suonano in ultimo le parole di Papa Wojtyla – la dignità dell’uomo, la sua irripetibilità. Ogni uomo è un pensiero di Dio, è un palpito del cuore di Dio (…) ragion per cui siamo tutti migranti e pellegrini ma non randagi, il che vuol dire che abbiamo ancora delle mete precise, ma che non ci siamo mai accomodati definitivamente».

15 maggio 2008

Potrebbe piacerti anche