«Tunisini, pronti all’accoglienza»

La disponibilità del parroco della Natività di fronte all’emergenza degli sbarchi in Sicilia. Da trent’anni la comunità ha un legame forte con la popolazione del Paese africano di Gian Marco Venturi

Un minuto di raccoglimento per i «desaparecidos» tunisini, inghiottiti insieme al loro barcone della morte da un Mar Mediterraneo che «sempre più somiglia a una grande fossa comune», e l’annuncio del parroco, monsignor Pietro Sigurani, che la comunità della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo risponderà «all’invito dei vescovi, mettendo a disposizione 30 posti per alloggiare i naufraghi». Doveva essere il giorno della lotta alla mafia, caratterizzato dalla presenza di don Luigi Ciotti, uno di quelli che al contrasto alla criminalità organizzata ha dedicato la vita. Invece il quarto appuntamento programmato mercoledì scorso (6 aprile 2011) dalla comunità parrocchiale del quartiere di Porta Metronia per il periodo della Quaresima è finito per scivolare sulla tragedia tunisina, troppo fresca e ingombrante per rimanere solo un’appendice.

Troppo forte il legame tra la comunità della Natività e il Sud della Tunisia. «Una relazione – dice don Pietro Sigurani – che ha una storia lunga ormai 30 anni». Ricorda le «centinaia di giovani sahariani che hanno frequentato le scuole di formazione a Kibilì e Douz per preparare in loco una immigrazione regolare e responsabile». I 150 giovani tunisini che oggi lavorano regolarmente in ditte italiane o estere. Poi ammette: «L’emergenza attuale, largamente prevedibile, ci impegna a non abbandonare coloro che, pieni di speranza, approdano sulle nostre sponde». Parla di tavola di salvezza, non nascondendo come sia «poca cosa, ma comunque una risposta alle attuali esigenze. Noi però siamo convinti – incalza – che la via della fraternità e dell’accoglienza sia lastricata da tanti gesti semplici e nascosti. Accogliamo questi nostri fratelli profughi cercando di venire incontro alle loro esigenze, favorendo il ricongiungimento ai loro familiari in Italia e in altri Paesi europei, dando a coloro che lo desiderassero i mezzi per tornare in patria, cercando di svolgere le pratiche ai richiedenti asilo, assistendo chi ha problemi di salute. Viviamo la Quaresima perché loro facciano Pasqua». E continua: «Sono certo che la carità della Chiesa aiuterà questi popoli nel passaggio responsabile verso una democrazia laica».

La serata si chiude con don Luigi Ciotti, il sacerdote anti-mafia che cita don Puglisi, vittima della mafia, «prete scomodo che aveva osato combattere la criminalità». Ne ripercorre gli insegnamenti, pescando tra i suoi ricordi. Poi don Giuseppe Diana, Peppino, massacrato dalla camorra il 19 marzo 1994. «Come don Puglisi – dice – stimolava la gente a prendersi le proprie responsabilità». Il riferimento di don Luigi Ciotti è alla vita di tutti i giorni: «Negli ultimi anni è triplicato l’uso degli anti depressivi. È un periodo di forte deriva culturale e sociale». Bacchetta le istituzioni, non gradisce «i tagli sul sociale che in pochi anni sono passati da 2.5 miliardi di euro a 360 milioni e spiccioli». Attacca il mercato delle armi, «un business che ha triplicato i suoi introiti grazie alla massiccia vendita ai Paesi del Nord Africa», e il pensiero vola alla drammatica crisi che sta incendiando la Costa d’Avorio. Parla di «interazione e non di integrazione», dell’avvicinarsi all’altro come di un «atto conciliazione», di «diversità e non avversità», mettendo in relazione il rispetto della leggi del Signore e di quelle della società civile – «il Vangelo e la Costituzione» – per sconfiggere la piaga della criminalità organizzata. Questa sera (martedì 12 aprile 2011) alle 19, una preghiera per coloro che sono morti nei naufragi.

12 aprile 2011

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