Ucraina, il sostegno e la preghiera della comunità etnica romana

Mentre a Kiev continuano manifestazioni e scontri, ricordati anche dal Papa, gli ucraini “romani”, circa 10mila, spiegano le ragioni della protesta: «Si manifesta per la dignità di essere cittadino». E pregano di Daniele Piccini

Lavorano e vivono a Roma, ma in questi giorni, i media italiani e il sito www.pravda.com.ua stanno decisamente dirottando la loro attenzione verso i fatti di piazza Majdan, a Kiev, dove i manifestanti favorevoli ad un avvicinamento dell’Ucraina all’Europa si stanno scontrando con le forze dell’ordine, pedine del governo filorusso. Gli ucraini a Roma sono circa 10mila. Circa trecento frequentano la parrocchia Santi Sergio e Bacco degli Ucraini, a Rione Monti, altri 100 – 150 la rettoria di Santa Sofia. Attorno al monastero basiliano dell’Aventino gravitano altri 500 ucraini e una piccola comunità si raccoglie anche a Ostia, dove celebra la Messa, cattolica in rito bizantino, nella chiesa di San Nicola di Bari.

In Italia gli ucraini sono circa 230mila (senza contare i circa 50mila irregolari), con 54 sacerdoti e 140 comunità, sparse dal Piemonte fino alla Sicilia. Da un paio di mesi li accomuna la preoccupazione per i propri cari a Kiev e nelle altre città coinvolte nelle manifestazioni (Leopoli, Cerkassy e Zhitomir) e la consapevolezza che il loro paese sia davanti a un bivio storico. Rimanere nella sfera d’influenza della Russia, continuare a godere di gas a prezzi di favore, ma languire in una democrazia immatura. Oppure aderire all’Unione europea, aggiornando i propri standard democratici e industriali. Nell’Angelus di ieri a piazza San Pietro, Papa Francesco ha espresso vicinanza «con la preghiera all’Ucraina, a quanti hanno perso la vita in questi giorni e alle famiglie», auspicando «che si sviluppi un dialogo costruttivo tra le istituzioni e la società civile e, evitando ogni ricorso a azioni violente, prevalgano nel cuore di ciascuno lo spirito di pace e la ricerca del bene comune».

Nel cuore degli ucraini è l’ora della paura. «Ho parlato pochi giorni fa con una ragazza – spiega il parroco di Santi Sergio e Bacco degli Ucraini, don Ivan Kulyk, originario di Ternopil – il cui fratello era andato a Kiev a manifestare. Aveva paura di parlare. Gli ucraini coinvolti nelle manifestazioni, e non solo loro, stanno ricevendo degli sms che li avvertono di essere intercettati, minacciandoli di dure misure di intervento. Molti manifestanti sono scomparsi. Qui in parrocchia, dal 22 gennaio tutte le sere dalle 20 alle 22 preghiamo per una pacifica soluzione della vicenda: la cosa migliore sarebbero le dimissioni del governo».

Alla protesta per sostituire il ticket russo con quello europeo si aggiunge l’insoddisfazione per condizioni economiche progressivamente peggiori. «Assistiamo da anni – spiega don Marco Yaroslav-Semehen, coordinatore nazionale della Pastorale degli ucraini cattolici di rito bizantino in Italia – ad un calo della qualità di vita della classe media. Le ragioni della manifestazione non si riducono infatti ad uno scontro tra europeisti e filorussi, sono più complesse». Si manifesta «per la dignità di essere cittadino, per il futuro dei propri figli, per la democrazia, per i diritti umani, per un dignitoso livello economico e, certamente, anche in favore del “vettore europeo”. L’Ucraina occidentale è sempre stata culturalmente molto legata all’Europa, mentre quella orientale è da sempre più vicina alla Russia. Nelle manifestazioni “Majdan” però anche gli ucraini dell’est parteggiano per l’Europa».

Dall’Italia si promuovono azioni di sostegno. «Ho mandato una lettera – prosegue don Yaroslav-Semehen – al direttore generale della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, e agli altri sedici coordinatori nazionali delle altre etnie presenti in Italia. A tutti ho chiesto vicinanza attraverso la preghiera. Ma raccogliamo anche indumenti e medicine per sostenere Majdan. Nonché fondi: iniziativa questa che incontra qualche difficoltà poiché il governo ha bloccato il conto bancario di Majdan».

Anche nelle università pontificie si moltiplicano le iniziative di preghiera. «Qualche giorno fa – racconta Yury, 31 anni, da sette in Italia, dipendente vaticano, laureato in Giurisprudenza all’Università di Kiev e gran sostenitore della Rivoluzione arancione del 2003 – abbiamo mandato una lettera alle università pontificie di Roma per chiedere di riunirsi in preghiera», venerdì scorso alle ore 8. Le ragioni di ciascuna parte contendente sono complesse. «Ho amici a Kiev – prosegue il giovane giurista ucraino – che stanno chi da una parte, chi dall’altra. La vicinanza alla Russia consente vantaggi economici sul fronte energetico e la lobby filorussa al governo preme per questa soluzione. Grazie ad un accordo con il presidente russo Vladimir Putin, il presidente ucraino Victor Yanukovich ha potuto abbassare il costo del gas da più di 400 dollari a 268,5 dollari per mille metri cubi. Inoltre il 60% del debito pubblico dell’Ucraina è in mano della Russia». Chi è favorevole a prolungare il tandem con la Russia, inoltre, osserva ancora Yury, «argomenta che gli standard di produzione industriale dell’Ucraina sono insufficienti per l’Europa ed adeguarli comporterebbe costi elevati. Sono argomenti legittimi che non autorizzano tuttavia l’egemonia geopolitica della Russia sull’Ucraina. L’avvicinamento all’Europa avvantaggerebbe lo sviluppo democratico del nostro Paese e il benessere economico della classe media».

27 gennaio 2014

Potrebbe piacerti anche