Ucraina, una protesta «civile e non politica». Protagonisti: i giovani

L’arcivescovo maggiore Svjatoslav Shevchuk spiega le ragioni della crisi: il nodo dell’identità europea e il ruolo delle Chiese nel sostegno ai manifestanti: «Ci hanno chiesto di stare con loro, e siamo andati» di Elisa Storace

Quando la temperatura è scesa a -29 gradi i manifestanti sono stati accolti in una chiesa luterana. Quando i “berkut”, le forze speciali della polizia, per la prima volta hanno caricato la folla disarmata, centinaia di ragazzi hanno trovato rifugio in un monastero ortodosso. Infine, quando la situazione è precipitata, la cattedrale latina, la più vicina a piazza Maidan, è diventata una sala operatoria per i feriti.

Muovendo dal racconto della dimensione religiosa delle proteste di “EuroMaidan”, l’arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina Svjatoslav Shevchuk, nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri, lunedì 25 febbraio, presso la Radio Vaticana, ha portato la propria testimonianza sugli aspetti umani e civili della protesta ucraìna. «Quando i nostri fedeli – ha raccontato monsignor Shevchuk – ci hanno chiesto di stare con loro in piazza, noi tutti rappresentanti delle Chiese siamo andati: abbiamo allestito una cappella in una tenda e ogni domenica si è aperta con una preghiera interreligiosa, cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei e musulmani insieme. Chi – ha aggiunto – riferendosi ai manifestanti parla di nazionalisti o terroristi queste cose non le racconta».

A Roma per partecipare alla segreteria del Sinodo, ospite di padre Federico Lombardi, il primate greco-cattolico ha parlato di una protesta spontanea, «civile e non politica» che ha mobilitato migliaia di persone, soprattutto giovani studenti, scesi in piazza «per manifestare per un Paese libero, democratico ed europeo». La questione centrale «per capire cosa sta succedendo in Ucraìna – ha spiegato – è quella dell’identità europea. Fin dalla visita di Giovanni Paolo II a Kiev, nel giugno 2001, tutti i presidenti che si sono succeduti alla guida del Paese hanno si sono dilungati su come l’avvicinamento all’Europa fosse un piano strategico per il nostro popolo. Il coronamento delle aspettative in questo senso – ha proseguito – doveva essere il vertice europeo del 29 novembre scorso, ma, a una settimana dall’incontro, Yanukovich ha rinviato senza data la firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea e questo ha provocato uno choc nell’opinione pubblica».

Per spiegare il sentimento popolare da cui sono sfociate le proteste di piazza monsignor Shevchuk ha usato una metafora: «Quando un treno va veloce in una certa direzione e uno preme il freno tutti cadono a terra – ha detto – ma se il governo ha cambiato direzione non altrettanto ha fatto la società civile. Durante tutto lo scorso anno – ha aggiunto – le chiese ucraìne hanno partecipato alla discussione sull’identità europea, e quando il governo ha iniziato a usare la violenza il Consiglio delle Chiese e delle organizzazioni religiose (Auccro) ha cercato di mediare, andando a Bruxelles e scrivendo appelli per trovare una via d’uscita pacifica».

«Nell’ultima settimana – ricorda – abbiamo avuto più di 100 morti e migliaia di feriti, ma chi stava in piazza era lì solo per manifestare contro le decisioni prese senza consultare la gente: la vittima più giovane aveva 17 anni, e quando si è sparsa la voce che la polizia andava negli ospedali ad arrestare i feriti un ragazzino di vent’anni è saltato dal secondo piano per sfuggire ai militari». Questo, racconta ancora, mentre i cecchini continuavano a colpire la folla e misteriosi gruppi armati rapivano la gente e la torturavano, abbandonandone i cadaveri nei boschi. «Alla fine – dice ancora – forse tutta questa violenza sproporzionata ha fatto tremare la coscienza dei nostri parlamentari, che hanno richiamato le forze dell’ordine».

«Viviamo in un periodo buio nessuno sa come andrà a finire – ha concluso l’arcivescovo maggiore – ma è anche un periodo di speranza, perché Maidan è diventato un lievito per la società ucraìna. Per questo vorrei fare un appello alla solidarietà internazionale, urgente per riaffermare i valori europei comuni contro chi sta cercando di fomentare la guerra civile, che oggi è un rischio concreto sebbene la gente voglia solo la pace».

26 febbraio 2014

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