Una preghiera per Mohammed

In più di cento hanno partecipato alla preghiera che la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato al Parco degli Acquedotti per ricordare il giovane immigrato egiziano ucciso dal suo ex datore di lavoro di Lo. Leo.

Mohammed Abdelhalim Maahrouf voleva soltanto che gli venisse riconosciuto il lavoro che aveva svolto in nero. Per questo motivo era andato all’appuntamento con il suo ex datore di lavoro, al Parco degli acquedotti, in zona Cinecittà. Dal Parco, quella sera, il giovane immigrato egiziano non è uscito vivo. Una storia fatta di violenza e di sogni infranti, davanti a cui la Comunità di Sant’Egidio non poteva rimanere indifferente. Per questo motivo, a una settimana dal delitto, ha organizzato, il 4 novembre scorso, una preghiera all’aperto nel Parco, proprio in prossimità del luogo dell’omicidio.

Giovani, famiglie, parroci, rappresentanti delle associazioni e più di cento persone, italiane e straniere, erano presenti per pregare perché Roma sia una città libera dalla violenza e dall’indifferenza. «Quest’uomo straniero rischiava di rimanere anonimo e quindi dimenticato» ha sottolineato don Alessandro Zenobbi, parroco di San Policarpo «ma noi vogliamo ricordarlo nella preghiera e sentirlo vicino».

Mohammed, inizialmente identificato come sudanese, ha riacquisito, assieme alla sua identità, anche «la dignità», come ha sottolineato don Gino Bolchini, che ha presieduto la preghiera: «Come l’apostolo dice che non c’è giudeo né greco, noi oggi cristianamente vogliamo dire nessuno è straniero. Con la preghiera – ha aggiunto – possiamo fermare la violenza con la preghiera. Anzi, vogliamo essere uomini e donne nuove per vivere la pace, e deporre ogni violenza dal nostro cuore. La preghiera e il dialogo ci aiutino a creare insieme una città senza violenza e indifferenza». Dopo la preghiera, un corteo silenzioso si è fermato sul luogo dell’omicidio, dove una bambina ha deposto dei fiori in segno di speranza, per ricordare Mohammed e perché nessuno sia mai più straniero.

8 novembre 2012

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