Uno scavo interiore per l’Otello di Sepe

La coscenza del “moro”, interpretato da Andrea Giordana, protagonista di questa rivisitazione dell’opera shakespeariana di Toni Colotta

È proprio dei capolavori assoluti caricarsi di valori con il passare del tempo, rapportandosi alla vita reale nel suo evolversi. Parliamo di Shakespeare e del suo “Otello”, che torna sulla scena all’Eliseo (fino al 2 marzo), stavolta a cura di Giancarlo Sepe, regista ma anche sfrondatore, diciamo così, del testo originale in quattro atti. Un Sepe drammaturgo, dunque, sulla base di Shakespeare. Tutto questo non per secondare l’insofferenza di oggi ai lunghi spettacoli da parte di un certo pubblico, ma a ragion veduta: andando a ritroso, a tragedia avvenuta, per guardare nella psiche di Otello, grande condottiero ormai al tramonto della vita, ma «nero», cioè «diverso», in balia di una società intollerante. Valori attualissimi però qui trasportati nell’astrazione di uno scavo interiore.

Non siamo perciò a Venezia né a Cipro, bensì in un «non-luogo» che ha la vaga apparenza di funereo salone delle feste ed è invece un angolo nero, il fondo della coscienza di Otello, attraversato da luci sinistre. Con il protagonista perennemente in scena, affranto o impetuoso, a interrogarsi sui fatti tragici, dell’innamoramento e del delitto. Che egli rivive a soffre nella loro inesorabilità. Andrea Giordana gli dà lo smalto imperioso del vero primattore in questo cupo psicodramma che fa intravedere le pieghe di un contrasto eterno, ma fa altresì desiderare gli spazi ampi e luminosi della originale poesia shakespeariana.

17 febbraio 2008

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