V domenica: il Volto di Cristo nel volto dell’altro

In particolare in quello degli anziani, per i quali nella comunità di Sant’Ippolito vengono organizzate numerose iniziative. Le riflessioni del parroco nel sussidio Caritas per la Quaresima di don Enrico Feroci

Letture: Ger. 31,31‐34; Salmo 50; Ebr 5,7‐9; Gv 12,20‐33

Il 10 febbraio è diventato per me come la pietra miliare di un percorso nuovo nella vita. Era il 10 febbraio del 1990 quando la parrocchia di San Frumenzio, che allora servivo, ha ricevuto la visita di Papa Giovanni Paolo II. Quella visita ha lasciato il segno. In me e soprattutto nei giovani della parrocchia. Il Papa era di ritorno dal viaggio in Africa attraverso le nazioni di Capo Verde, Guinea Bissau, Mali, Burkina Faso, Ciad. Proprio lì aveva lanciato un appello all’umanità supplicando i potenti del mondo: “In nome della giustizia, il Vescovo di Roma, il Successore di Pietro, supplica i suoi fratelli e sorelle nell’umanità di non disprezzare gli affamati di questo continente, di non negare loro il diritto universale alla dignità umana e alla sicurezza della vita. Come giudicherebbe la storia una generazione che avendo tutti i mezzi per nutrire la popolazione della terra rifiutasse di farlo con indifferenza fratricida? In quale pace potrebbero sperare quei popoli che non mettessero in pratica il dovere della solidarietà? Quale deserto sarebbe un mondo nel quale la miseria non incontrasse l’amore che ci dà la vita?”.

Arrivato tra noi ci siamo sentiti in dovere di esprimergli la nostra vicinanza e la nostra solidarietà. Un giovane ha chiesto al Papa: “Santità, abbiamo seguito con viva attenzione e commozione profonda il Suo viaggio nel Sahel… Lei ha richiamato l’attenzione e la solidarietà dell’Occidente verso l’Africa, … Vorremmo domandarLe: come far risuonare anche nel nostro contesto, così sordo perché troppo ricco e agiato, la Parola che libera, la Speranza che si fa vita e smuove le montagne, che fa crollare gli idoli dai piedi d’argilla?” E il Papa ha risposto a braccio, con parole che gli sono sgorgate dal cuore: “Io penso che si deve intensificare la nostra consapevolezza della ineguaglianza, della ingiustizia che esiste in noi. Si deve intensificare, perché è molto facile semplicemente passare come nella parabola del Buon samaritano: uno ha visto ed è passato oltre, l’altro ha visto ed è passato oltre, ma il terzo si è fermato. Il problema è fermarsi davanti a questa realtà, e questo è il primo frutto. Io mi rendo conto che questi appelli si ripetono. Specialmente il mondo ricco è abituato e dice: ‘…il Papa parla, il Papa parla, lasciamo passare lasciamo passare’. Bisogna fermarsi!….. Non basta ripetere le parole, bisogna formare un altro uomo, un’altra consapevolezza umana in questi ambienti”. Consapevolezza…fermarsi…creare un uomo nuovo… solidarietà…le parole chiave che sono entrate nella nostra vita, quel giorno, il 10 febbraio 1990.

Consapevolezza! Abbiamo mai visto il volto dei bambini denutriti ed attaccati alla vita solamente con gli occhi, occhi più grandi del volto? Abbiamo mai incontrato madri con in braccio i piccoli ridotti ad un pugno di ossa? Abbiamo mai visto un villaggio scomparire sotto la sabbia finissima del deserto che non lascia scampo? Abbiamo mai visto…il dolore, ascoltato il pianto dei bambini accoccolati nella palhiota, nella notte silenziosa del villaggio, con l’unico desiderio di arrivare al giorno dopo? Come non domandarci, allora, ogni volta che i nostri mezzi di comunicazione ci “turbano” con le notizie di sbarchi sulle nostre coste da dove quelle persone provengono, in quali situazioni sono costrette a vivere? Fermarsi! O meglio forse, prima, partire! Per andare a vedere e per essere presenza di Gesù. È quanto è avvenuto nella comunità di San Frumenzio, da allora ad oggi, nei villaggi di Mafuiane e Goba in Mozambico. Per essere fermento di consapevolezza, di crescita nella dignità, nell’amore e nel dono.

Il Vangelo di oggi, V domenica di Quaresima, inizia con una domanda dei greci a Filippo: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. È la domanda che anche noi abbiamo tante volte rivolto non solo agli apostoli, ma direttamente a Lui. “Mostraci il tuo volto”. E lui che continua a ripeterci: “Qualunque cosa farete al più piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatto a me”. È come se mi dicesse ancora una volta: “Ecco il mio volto”. Il volto di Gesù nei popoli dell’Africa, il volto di Gesù nei nostri quartieri.

Nella parrocchia di Sant’Ippolito, ove ora opero, lo vedo soprattutto negli anziani. E con me tantissimi giovani e le famiglie della comunità. È per loro l’attenzione maggiore. Bellissimo è stato il capodanno 2009. Così descritto da una persona in una e-mail a Il Messaggero: “Pensando ad un Capodanno diverso, che mi avrebbe consentito di servire a tavola gli anziani del quartiere, mi sono iscritto presso la chiesa di Sant’lppolito in piazza Bologna. Con mia sorpresa, mi dicono che non dovrò servire ma fare il responsabile al tavolo, da gradito ospite. Resto deluso. Il salone si riempie di almeno 300 ospiti eleganti ed io che mi ero vestito quasi dimesso per evitare di sporcarmi nel servire! Il salone è splendidamente arredato con luminarie e palco, musica con schermo per il karaoke. I tavoli a festa, anziani con badanti; alcuni in carrozzella erano già stati prelevati dalle loro abitazioni.

Bellissime ragazze in gran soirè servono una cena completa e di qualità. A turno, i componenti dei tavoli vengono invitati a cantare. Si balla, si ride, si socializza con naturalezza. I tanti giovani di supporto si attivano in ogni modo. È un piacere vederli ed io quasi anziano (68 anni) mi auguro che questi siano i giovani del domani e non altri, I Sacerdoti, giovani ed anziani, non fanno prediche ma gioiscono come me del successo della serata. Non sono un gran credente, ma ringrazio e mi chiedo perché solo in questi posti c’è questa sana umanità?….Sono tornato a casa felice e ve lo racconto. Camillo”.

Ha risposto dall’Africa un signore, sempre per e-mail: “Camillo, ti scrivo dal continente nero. A S. Ippolito ci andavo nel 1966-87 un secolo fa. Ero studente. Leggere le tue parole dopo tutte le disgrazie romane di capodanno mi hanno rincuorato. Trovare che esiste ancora gente come te riconcilia col Mondo. Grazie a te e a S. Ippolito Parrocchia. Buon Anno”

Ed ancora un’altra persona aggiunge: “…Che bella esperienza! mi rincuora sapere che accadono queste cose, dunque esiste ancora gente per bene che si dedica con trasporto ed amore agli altri. Ha fatto bene anche a me il tuo racconto, grazie. Tanti auguri sessantottenne. Buon anno.”

Giovanni Paolo II ci esortava: “bisogna formare un altro uomo, un’altra consapevolezza umana…”. Gesù aveva detto “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Morire cioè far dono di quello che siamo ed abbiamo a nostra disposizione, il tempo, la gioia, l’amore, l’amicizia, la vita. Nel Vangelo di oggi ci ricorda: “ Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo”; il che significa formare in noi “l’uomo dono per il mondo” come è stato Lui, il Maestro. Così anche noi, i discepoli.

Don Enrico Feroci
Parrocchia Sant’Ippolito

27 marzo 2009

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