194, una legge ancora da attuare
Continua il dibattito intorno alla legge per l’interruzione volontaria della gravidanza. L’opinione di Maria Pia Baccari e Marco Olivetti di Federica Cifelli
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La legge 194 sulla tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza: una «conquista di civiltà per le donne». A definirla così è il ministro per le Pari opportunità Stefania Prestigiacomo, all’indomani della richiesta di un’indagine conoscitiva sul suo funzionamento presentata dal presidente Udc Lorenzo Cesa. Non ci sta la professoressa Maria Pia Baccari, docente di diritto romano ed esperta di diritti del nascituro. «Altro che civiltà giuridica – ribatte -. Questa è una legge ingiusta, perché fa prevalere il più forte sul più debole. Perché non attua quel bilanciamento tra la vita della madre e quella del concepito a cui ha richiamato più volte la Corte costituzionale e che pure è inscritto nel testo». Vita contro vita. E invece in quel richiamo ai casi di pericolo per la salute psichica della donna contenuto nell’articolo 6 si nasconde una delle più grandi insidie del dispositivo di legge. «Anche la paura di ingrassare o la cellulite – continua infatti – possono essere problemi psichici gravi. Per non parlare di quelli di chi passati i 30 anni ha paura di perdere il lavoro, o di non riuscire a trovarne uno. Se davanti a questi problemi l’unica alternativa offerta è quella di eliminare il figlio siamo esattamente all’opposto di quello che decanta il ministro Prestigiacomo: questa è inciviltà giuridica. Il diritto infatti è sempre per l’uomo, per la vita».
Ad uno stato «degno di questo nome», «laico», spetta dunque secondo Baccari il compito di rimuovere le cause di questo disagio: aiutare la donna «a far nascere il figlio e poi a mantenerlo. A conservare il posto di lavoro dopo la maternità. Sempre nel rispetto di quel rapporto vita-vita. La società dovrebbe trovare gli strumenti per difendere il concepito, che in questa situazione è il più debole perché non ha voce». Lo dice chiaramente l’articolo 1 della 194: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio». Peccato che poi queste affermazioni di principio siano state «tradite» da «un modo un po’ ipocrita di esprimersi», continua ancora la professoressa. «Ma le leggi, si sa, hanno bisogno di essere attuate».
L’interruzione volontaria della gravidanza – che lo scorso anno ha interessato 136.715 donne, il 3,4% in più del 2003 – non è «mezzo per il controllo delle nascite». Anche questo è espresso chiaramente dall’articolo iniziale della legge, che però è «ambigua per molti aspetti». Lo sottolinea anche il costituzionalista Marco Olivetti, che pone l’accento su un meccanismo che non riconosce di per sé il diritto all’aborto ma «rimette di fatto alla donna, se pure a certe condizioni, il diritto all’autodeterminazione dove sussista un pericolo certificato per la sua salute fisica o psichica». In realtà, spiega Olivetti, si tratta di una legge davvero di compromesso «tra la posizione che punta sul valore “vita” e quella che punta sul valore “scelta”. Le due grandi “bandiere” dell’epoca in cui il testo è nato». Di fatto però, per la debolezza dei meccanismi con cui è protetto il valore “vita”, «finisce per funzionare quasi solo a vantaggio del valore “scelta”». L’idea della presenza dei volontari all’interno dei consultori allora avanzata in questi giorni dal ministro Storace e non solo «è perfettamente all’interno del sistema della legge», mirando a bilanciare la curva deviata quasi totalmente verso il diritto di scelta della donna. «Su questo però si fa fatica a ragionare. Anche da parte delle stesse donne».
Si tratta, secondo il costituzionalista, di rileggere la legge alla luce del principio di sussidiarietà. «Si dice – osserva – che i consultori dovrebbero essere luoghi neutrali. Ma luoghi neutrali non esistono. È una mentalità vetero statalista pensare di non aprirli alla presenza dei volontari perché darebbero argomenti in più alle donne per scegliere per la vita. Tanto più perché la Corte costituzionale si è espressa per la tutela del nascituro. L’opinione abortista quindi non può avere la stessa dignità di quella che difende la vita». È nello spirito della legge infatti che consultori e medici che devono autorizzare l’aborto sappiano motivare anche a una scelta diversa. «Anche se resta del tutto sovrana la volontà della donna: se ha deciso, probabilmente nessuno la può fermare. Ma se ha paura, è nel dubbio o non sa bene a cosa va incontro, davvero nei consultori si fa il possibile per informarla e per aiutarla?».
23 novembre 2005