«Questo sangue non sia vano»

Monsignor Mauro Parmeggiani nella celebrazione del 7 marzo per il trigesimo della morte ai Santi Fabiano e Venanzio di Giulia Rocchi

Martedì sera, ore 18.45. La chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio, a Villa Fiorelli, è piena di gente. Giovani e meno giovani, famiglie e ragazzi dei gruppi parrocchiali. Fazzolettini in mano, qualche lacrima che scende silenziosa. Tanti restano in piedi, le panche non bastano. Sono tutti lì per ricordare il loro ex parroco che non c’è più: don Andrea Santoro, a trenta giorni dalla sua scomparsa. Se n’è andato per mano di un giovane fanatico, nella sua chiesetta di Trabzon, in Turchia. Assassinato mentre pregava. E con la preghiera gli sta vicino, ancora una volta, questa comunità che don Santoro ha guidato prima di lasciare l’Italia per l’Anatolia.

«Abbiamo avuto l’onore di avere la camera ardente – dice il parroco, don Marco Vianello -. È stata una esperienza arricchente e commovente. Ma dopo il funerale sentivamo l’esigenza di un momento comunitario. Ho pensato che il trigesimo potesse essere l’occasione giusta». Così è nata l’idea di questa celebrazione. «Segnata da un velo di tristezza», commenta monsignor Mauro Parmeggiani, segretario generale del Vicariato, che presiede la Messa di suffragio. Ma il dolore non deve prendere il sopravvento. Il seme, se cade nella terra e muore, produce molti frutti. Così «il martirio di don Andrea è riuscito a raggiungere tante terre, anche aride – spiega monsignor Parmeggiani -. Possano dunque nascere in quelle terre frutti di bene e di amore». Bisogna prendere come esempio il sacrificio di don Santoro. Che «è morto martire, ma ha permesso a Cristo di trionfare».

Monsignor Parmeggiani paragona il prete assassinato a Maria, perché «come lei si è messo a disposizione del Signore per lasciarsi consumare». E accosta alla figura della Madonna anche la mamma di don Andrea. Pure lei si chiama Maria, e «ha vissuto il dramma di un figlio strappato al suo affetto». Adesso è seduta in prima fila, al fianco della figlia. Spiega monsignor Parmeggiani: «Ha dato una splendida testimonianza di quello che vuol dire perdono». Scusando, e cancellando ogni rancore nei confronti dell’assassino di suo figlio». Il sacerdote ne approfitta anche per mettere a tacere alcune polemiche che hanno accompagnato la vicenda di don Santoro in questo mese. «Si è detto che don Andrea fosse andato in Turchia per fare proselitismo. Invece lui era andato lì per pregare», scandisce con forza davanti ai fedeli. E aggiunge: «Ci ha lasciato un’eredità grande. Nel misterioso disegno di Dio, don Andrea ha fatto molto, sta facendo molto per tante anime e tante coscienze». Un martirio, il suo, che porta una speranza: «Le religioni sappiano dialogare nella verità, a convivere in vera amicizia».

L’omelia è finita; si leggono le intenzioni della preghiera dei fedeli. Al microfono si alternano i ragazzi dell’associazione “Finestra sul Medio Oriente”, fondata da don Santoro. Poi, pian piano, la celebrazione volge al termine. Dal coro arrivano note sconosciute. Un canto inedito, composto da due parrocchiani, Marco Sette e Piero Errante, e dalle loro mogli, in onore del presbitero ucciso. La melodia, spiega Marco, «era nata inizialmente per Giovanni Paolo II. Con alcune modifiche al testo, abbiamo deciso di dedicarla a don Andrea». Piero ricorda con affetto il parroco: «Era un mistico – racconta -. Quando pregava si estraniava completamente dal mondo. Era molto fermo su due punti: unità e carità». Due termini che, infatti, hanno molto spazio nel canto. «Mentre pregavo sono tornato / alla casa del Padre mio / che questo sangue non sia vano / possa fiorire l’unità».

12 marzo 2006

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