Salvatores, ambiguità di un racconto in nero

“Come Dio comanda”: il rapporto tra padre e figlio, la provincia del Nord Est, la violenza come unico antidoto alla sopravvivenza di Massimo Giraldi

Torna in sala Gabriele Salvatores con “Come Dio comanda”. Il regista già premio Oscar per Mediterraneo (1991) recupera la collaborazione con lo scrittore Niccolò Ammanniti. Ad un suo romanzo si era rivolto infatti per “Io non ho paura” (2002).

Ma se lì lo sfondo era una Puglia assolata e riarsa, qui il panorama cambia completamente. Siamo nell’estremo Nord Est d’Italia, in un piccolo centro sotto le montagne del Friuli: c’è poco sole, quasi sempre piove e prevale il buio. Fa vita grama Rino, disoccupato scontroso, nemico degli stranieri, impregnato di idee totalitarie. Per il figlio Cristiano, quattordicenne, la vera scuola è quella che gli propone il padre, con l’esortazione alla violenza come unico antidoto alla sopravvivenza. Il rapporto tra i due si aggrava quando scatta l’equivoco dell’uccisione involontaria di una ragazza, amica di Cristiano. Tra loro c’è Quattroformaggi, un matto ingenuo deriso da tutti, che rappresenta l’impossibilità di raggiungere la purezza e l’equilibrio.

Lo scenario è cupo; l’ambiente, per quanto tutto in «esterni», configura l’idea di un tunnel senza fine, di una notte lunga dell’anima e della ragione. Racconto nero, dal quale il regista fatica ad uscire con poco convincenti spiegazioni di riscatto da leggere in filigrana. A supportarle manca la necessaria dialettica narrativa. E così prevale l’ambiguità.

15 dicembre 2008

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