“Uomini di Dio”, storia che parla al cuore

Rivive sul grande schermo un episodio realmente accaduto: la vita e il sacrificio di otto monaci cistercensi nel monastero di Tibhirine, in Algeria di Massimo Giraldi

Era atteso dal maggio scorso, quando passò al Festival di Cannes, e colpì molto la giuria, presieduta da Tim Burton, che gli assegnò il Gran Premio della Giuria (ma giova ricordare che la Palma d’oro in quella occasione è andata a “Lo zio Boonmee che ricorda le vite precedenti”, storia differente ma ugualmente permeata dalla intenzione di creare un dialogo tra l’uomo e la sua parte invisibile, diciamo pure tra il corpo e l’anima). Ora, dopo aver coinvolto in Francia oltre tre milioni di spettatori e ottenuto la candidatura alle selezioni per i prossimi Premi Oscar, “Uomini di Dio” è arrivato anche sui nostri schermi.

Parlare delle sfumature che la traduzione italiana si porta rispetto all’originale “Des hommes et des Dieux” è certamente legittimo ma sarebbe un voler cominciare con un gioco lessicale capace di portare fuori strada. Più corretto è restare al tema, ossia al concreto dei fatti, che motivano il copione. Siamo in Algeria nel 1996. Otto monaci cistercensi francesi vivono da tempo in un monastero a Tibhirine, tra i monti del Maghreb. Circondati dalla popolazione musulmana, alla quale offrono aiuto in medicinali e vestiario, trascorrono un’esistenza serena, tra preghiera, canti, lavoro nei campi. Quando arrivano avvisaglie di pericolo da parte di gruppi integralisti, devono decidere se restare o meno. La decisione di non andare via diventa la loro condanna.

L’episodio, come si sa, è realmente accaduto, conclusosi con l’uccisione violenta dei monaci (sette, a dire il vero), nel maggio 1996, in uno scenario da inverno tra neve e freddo. Anche la lettera che viene letta nel finale è l’autentico testamento spirituale dettato da padre Christian, il priore della piccola comunità. Su uno spunto quindi di cronaca (magari ai più dimenticato o mai conosciuto: i giornali lo ritengono poco interessante), si sviluppa una storia che poi si allontana dalla semplice successione degli avvenimenti, o, meglio, ne fa occasione per una riflessione profonda e alta sull’essenza della vita cristiana, sul rapporto tra dimensione umana e spirituale, sulla vocazione come apertura ad ogni essere del Creato.

Rinunciando a «mostrare» il momento della tragedia, il regista scavalca volutamente l’istintiva reazione della rabbia e dello sdegno per lanciare una indicazione precisa: non c’è martirio, la fede dei monaci è in grado di sconfiggere la morte, e il loro sacrificio è tanto più forte quanto più ha passato tutte le fasi del dubbio e della paura. Sentimenti comuni a chiunque non si rassegni a vivere in un’ottica di conflitto con l’altro, visto come nemico. Affidandosi ad una scansione lenta, solenne e insieme asciutta, la regia compone il diario appassionato di una missione senza fine, fuori dal tempo e dallo spazio: testimonianza di vita, cammino verso il Golgota moderno, un fatto vero come un vissuto di fede da parte di persone che arrivano da situazioni differenti ma sono unite dalla certezza di non deviare dalla strada intrapresa. Un cinema quindi che parla al cuore, anche attraverso immagini abitate non da effetti speciali ma da un autentico, attualissimo silenzio.

2 novembre 2010

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