Sant’Atanasio, laboratorio di comunità
Nella parrocchia del Tiburtino l’obiettivo è coinvolgere e integrare, attraverso momenti di festa e non solo. Il parroco, don Vincenzo Luzi: «Cerchiamo di costruire il senso del nostro essere Chiesa» di Daniele Piccini
Un modello di parrocchia capace di coinvolgere e integrare quante più persone possibile. È la caratteristica distintiva della comunità di Sant’Atanasio, al Tiburtino 1, quadrante est della Capitale. Un quartiere che conta circa 12mila abitanti e 4.500 appartamenti, abitati anche da numerosi studenti fuori sede. A raccontarlo è il parroco, don Vincenzo Luzi, 64 anni, originario di Ascoli Piceno ma romano d’adozione. «La parrocchia – aggiunge – è stata eretta nel 1961, ma tutt’oggi vive in un capannone prefabbricato di cemento, eretto nel 1970. Non abbiamo molto spazio per le Messe domenicali nell’edificio di culto, così celebriamo sette Eucaristie, ognuna animata da un gruppo giovanile diverso».
La vita della comunità è caratterizzata inevitabilmente dalla suddivisione del territorio in sette contrade voluta, 30 anni fa, dal parroco di allora, don Remo Bonola, sul modello della città di Siena, per organizzare meglio le iniziative pastorali e l’attività formativa. «Queste contrade, a cavallo tra settembre e ottobre, danno vita a “Contrade senza quartiere”: una serie di sfide tra bambini, ragazzi e adulti, molto simili ai vecchi “Giochi senza frontiere”», riferisce Marco Catana, 38 anni, membro della segreteria del Comitato organizzatore. A Natale poi, continua, facendo una panoramica sui momenti di festa della comunità, «è il momento della “Marcia della solidarietà”, per raccogliere fondi per le nostre suore missionarie in Kenia. Grazie alle nostre raccolte abbiamo costruito una scuola, che ora stiamo ampliando, delle case per bambini e abbiamo realizzato un pozzo per l’acqua». Ancora, sul modello di Viareggio, «a Carnevale prepariamo la parata di sette carri allegorici alti circa 5 – 6 metri, che prima sfilano sulla via Tiburtina e poi a via Nazionale. Lavorare alla costruzione dei carri rappresenta per tutte le contrade un autentico momento di condivisione». Infine, proprio come Siena, la parrocchia di Sant’Atanasio organizza anche un Palio di quartiere. «Il 19 maggio – prosegue Catana – sono in programma la Messa e la processione sulle vie del quartiere di duecento personaggi in costumi medievali. Il 20 maggio vivremo la XXX edizione del Palio, nel quale ognuna delle sette contrade gareggerà con un proprio cavallo in un campo vicino alla parrocchia. È il nostro modo di sentirci famiglia, di avvicinare gli adolescenti del quartiere e le nuove famiglie, ancora lontane dalla vita parrocchiale. Gli studenti fuori sede trovano così un punto di riferimento, mentre gli adulti si avvicinano alla parrocchia per cucire i vestiti o sistemare i fiori. Poi, dopo questo primo contatto, cominciamo con loro un cammino pastorale. Qualcuno diventa anche catechista».
Ogni anno a Sant’Atanasio si celebrano circa 50 battesimi, mentre 50 bambini si accostano lla prima comunione e in 20 ricevono la confermazioni. Ancora, dalle 15 alle 20 coppie seguono i 2-3 cicli di corsi prematrimoniali annuali. «È in occasione di queste circostanze – spiega ancora don Luzi, da 24 anni a Sant’Atanasio – che cerchiamo di costruire il senso della comunità. In occasione dei battesimi invitiamo tutti a pregare. Le prime comunioni vengono celebrate di domenica, per agevolare la partecipazione di tutta la comunità. Il catechismo per la cresima inizia al primo superiore delle scuole e si celebra al terzo anno: una locandina invita tutti i parrocchiani a pregare per i nuovi “cristiani adulti”. La cresima poi abilita il cristiano a un servizio verso la comunità: che può consistere nello svolgere bene il proprio compito nella società, oppure nel prestare servizio in parrocchia, come volontariato Caritas o come catechista».
Grande attenzione anche per la carità, nella parrocchia di via Benedetti 11, dove i casi di povertà e disagio sociale vengono risolti in modo mirato: un diacono visita la casa dove si vive in una condizione di evidente indigenza e cerca la soluzione più adatta al problema. Anche la carità diventa dunque occasione di aggregazione. «Abbiamo un servizio per i disabili – prosegue il parroco – chiamato “Agape”. Una decina di ragazzi disabili la domenica dopo la Messa insieme ad alcuni animatori si dedica a lavoretti artigianali con la creta, oppure a disegni e collage. È un modo per farli sentire parte della comunità».
24 aprile 2012