Accompagnamento spirituale
di Luciano Pascucci
Oggi per i preti e religiosi impegnati nel ministero pastorale fra la gente, si presenta un duplice rischio:
• 1) Anzitutto c’è il rischio di vivere nella frammentazione, dispersi cioè nelle mille richieste del ministero, non tutte dello stesso valore, ma tutte ugualmente necessarie. Gli impegni della nostra giornata sono così vari tra loro che non è sempre possibile unificarli attorno a un valore che li giustifichi e, almeno, li tenga insieme. Il risultato di questa frammentazione è una specie di alienazione che ci lascia insoddisfatti.
• 2) Il secondo rischio, legato in qualche modo al primo, è quello del funzionalismo, che ci porta a fare tutto e a farlo anche bene, ma come un ruolo che svolgiamo senza riuscire a metterci quella convinzione del cuore che trasforma il ministero in una sorgente di vita.
Per non rimanere soffocati nel lavoro e, soprattutto, per non perdere la gioia del nostro servizio presbiterale è necessario stimolarci a cercare noi stessi qualche soluzione pratica.
Una di quelle più urgenti è il ministero dell’accompagnamento spirituale dei nostri collaboratori più stretti. Per essi dobbiamo essere maestri di spirito, accompagnandoli nell’assumere e nel vivere quelle proposte pastorali che attraverso loro devono arrivare a tutti coloro che attendono il Vangelo.
È ovvio che questo compito viene ad aggiungersi ai molti che già riempiono la nostra giornata, ma che dobbiamo onorare e lo dobbiamo anche a quei cristiani che vengono ancora in chiesa. Non possiamo più limitarci, ne siamo coscienti, a offrire loro solo i sacramenti alla maniera dei distributori automatici, anche se in modo liturgico aggiornato e ritualmente corretto. Coloro che vengono ancora in chiesa si attendono dal pastore un ascolto più prolungato, una parola di sapienza che viene dal Vangelo e dalla tradizione della Chiesa, secondo il proprio “momento” personale. Siamo insomma chiamati a essere maestri di spirito.
Non possiamo nasconderci che molti che non vengono più da noi vanno alla ricerca di altri guru, maestri di sapienza di altre religioni, oppure affollano le stanze degli psicologi: nulla da ridire! Però noi sappiamo che la risposta vera sta nella via del Vangelo e della Chiesa. Offrire questo magistero spirituale è un impegno urgente anche per arginare una deriva che attira sempre più fortemente. Il cristianesimo non offre meno delle religioni orientali! Il mondo culturale post-moderno in cui impera il pensiero debole, e che si dichiara incapace di trovare la verità, la ricerca, paradossalmente, ancora più ansiosamente. Ma se noi non abbiamo una parola per esso, non potrà che cercarla altrove.
Mancanza di tempo o di volontà? Ora succede che noi stessi, uomini di chiesa, viviamo la medesima condizione culturale dei nostri contemporanei, e quando ci chiedono questo ministero, siamo esitanti, dichiariamo di non avere tempo per i troppi impegni. Ma se siamo onesti spesso non è la mancanza di tempo né la frammentazione della nostra vita pastorale che ci bloccano, quanto l’inconscia paura di non essere all’altezza di questo ministero e forse la poca fiducia che abbiamo nella sua efficacia (è tempo perso!). Essere maestri di spirito ci sgomenta, non ci sentiamo pronti e quindi rifiutiamo. La vera ragione è che noi stessi non cerchiamo più questo ministero neppure per noi stessi. L’abbiamo lasciato da parte come un vecchio strumento, un ferro vecchio dell’antica officina spirituale divenuta oramai un museo di cose antiche e fuori moda. Ma con questo abbiamo anche cessato di verificare le realtà e l’autenticità della nostra vita spirituale.
Così abbiamo lasciato andare in eclissi l’importanza dell’interiorità e della spiritualità, classificandole entrambi tra gli oggetti personali di lusso, in un primo tempo, e divenuti poi non necessari e inutili nel campo della vita cristiana. Ci siamo dovuti arrendere al bisogno di fermarci per lasciarci formare alla scuola di Gesù Cristo e «riflettere anche noi come in uno specchio la gloria del Signore», per essere trasformati «in quella stessa immagine sotto l’azione dello Spirito» (2Cor 3,18).
Chi ci può aiutare a uscire dalla trappola del soggettivismo e dell’autoreferenzialità per fissare lo sguardo sulla “gloria del Signore”, se non un fratello che, accompagnandosi a noi, cerca di rifletterla? Non è necessario che egli sia quel santo che forse non troveremo mai. Basterà che sia uno che cerca egli stesso di fissare quella “gloria” e che con la sua esperienza ci aiuta a fare questa salutare operazione di autocoscienza.
Abbiamo bisogno di un fratello che ci ascolti e che ci dica quella parola che incoraggia e che ci conforta nel cammino, una parola che non possiamo presumere di trarre dalla nostra coscienza per quanto formata. È certo che non possiamo demandare ad altri le decisioni che competono a noi, ma sentiamo che il calore di una presenza amica diventa elemento che facilita e assicura il processo di ricerca della volontà di Dio. Più che di un direttore abbiamo bisogno di un amico che accetta di mettersi discretamente al nostro fianco e di farci da specchio per poter vedere quello che siamo e dove stiamo andando.
E poi quanti benefici riceve il sacerdote nell’esercizio dell’accompagnamento spirituale di altre persone! Proprio nello svolgere questo difficile ministero di “unificazione” della vita delle persone che segue, di riflesso il prete stesso ricentra meglio la sua vita su Cristo Pastore. L’allenamento a trovare “il bandolo della matassa”, nelle situazioni spesso confuse e aggrovigliate che gli si presentano, facilita nel prete l’individuazione dell’essenziale, anche per quanto riguarda la sua stessa situazione personale e ministeriale.
L’esercizio di accompagnamento spirituale, dunque, integra e unifica la vita del prete in quanto, costringendolo a dedicare le sue energie al cuore delle persone a lui affidate, al nucleo del loro percorso umano e cristiano, lo spinge a recuperare egli stesso il perno del suo discepolato e apostolato. Così il sacerdote, servendo i fratelli come umile guida spirituale, si interroga dentro di sé sulle proprie scelte, sulla radicalità della sua sequela di Gesù, sulle motivazioni profonde della fede e della pratica cristiana, sull’autenticità dell’annuncio evangelico a lui affidato.
La ‘carità pastorale’ è l’elemento unificante della vita e del ministero presbiterale nelle loro diverse componenti. Se questo è vero, allora quella forma di esercizio ‘personalizzato’ della carità pastorale che è l’accompagnamento spirituale unifica ed integra con la massima profondità possibile i vari aspetti della vita e del ministero presbiterale, perché raggiunga il ‘cuore’ stesso (anche) della guida spirituale, la sede delle scelte e degli affetti, il luogo nel quale la grazia lavora con la più grande intensità.
Fare accompagnamento spirituale è dunque, in definitiva, compiere un esercizio di continua conformazione al Buon Pastore, ossia di ricentramento del ministero in Colui che ne è il perno e la sorgente.
4 maggio 2010