Regola di vita del presbitero

di Luciano Pascucci

Più il sacerdote si dona, più diventa genuina e coinvolgente la dedizione di sé al gregge e più avverte la necessità di avere una regola di vita. Il pastore che trascura se stesso presto o tardi finirà per trascurare il gregge affidatogli, non potendo più garantirgli un servizio all’altezza della situazione. L’avere cura di sé ci appare come passaggio obbligato verso la qualità e la fedeltà del nostro avere cura degli altri.

Prima di tutto è lo Spirito Santo che abilita ogni pastore a farsi carico della cura di sé. In questo contesto appare con chiarezza quanto sia necessario per arrivare a tener viva la cura di sé una buona pratica della direzione spirituale. È impossibile fare da soli. Urge la necessità di un personale, regolare e formale ricorso all’aiuto di una guida spirituale.

Perciò non dobbiamo aver paura di parole come: regola di vita, disciplina spirituale, programma di vita, ascesi…

“Regola di vita”: è l’esigenza di fare unità nel ministero e nella vita sacerdotale, anche attraverso il richiamo a piccoli segni e appuntamenti espliciti che aiutano il prete a non dimenticare di essere discepolo dell’unico, sommo ed eterno Pastore, fonte della carità pastorale. È un cammino di educazione alla libertà, di una libertà che si consegna nelle mani di Dio, che vuole visitare ogni dimensione dell’esistenza, pur rimanendo la regola uno strumento, non quindi qualcosa che, una volta elaborata, risolve tutti i problemi.

Ogni regola sembra un fattore mortificante della vivacità e spontaneità che devono connotare l’esperienza interiore dell’apostolo. La fedeltà a una programmazione, il darsi degli orari e delle precise priorità, lo scandire in gesti e tempi determinati la cura della propria interiorità vengono spesso avvertiti come una pesante armatura che impaccia gli agili movimenti del piccolo Davide e sortisce solo l’effetto di preparare la sua sconfitta di fronte ad ogni Golia.

La vita complessa e imprevedibile, gli impegni improvvisi e disordinati sembrano richiedere un’agilità, un’inventiva momentanea che rifiutano ogni regolamentazione a priori.

C’è del vero in tutto questo. Eppure è possibile distinguere tra regola e regola. Non ci decideremo mai a prendere sul serio questo problema se, tutte le volte che pensiamo ad una regola di vita, ci viene in mente una gabbia o ci ritiriamo scandalizzati di fronte a un modello di vita da prete attestata sui minimi, in difesa delle sue abitudini e comodità, non disponibile a lasciarsi rimettere in gioco o disturbare dalle esigenze sempre crescenti della comunità.

La soluzione sta nel rifiutare il dilemma: o regola mortificante o vita sregolata e selvaggia. C’è un modo di esercitare una cura regolare di se stesso e tenere saldamente in mano il timone della propria vita, che può evitare entrambe le deviazioni. Bisogna dunque desiderare una regola: non rigida come una corazza, non imposta dall’esterno come una prigione, ma viva ed elastica come una spina dorsale. Senza di essa non si è più agili, si diventa semplicemente dei molluschi.

1) Potremmo dire che a livello ideale la prima regola di vita è la carità pastorale. La vita del prete è “normata” dalla carità pastorale.

«La carità pastorale è il principio interiore e dinamico capace di unificare le molteplici e diverse attività del sacerdote. Grazie ad essa può trovare risposta l’essenziale e permanente esigenza dell’unità tra la vita interiore e le tante azioni e responsabilità del ministero, esigenza quanto mai urgente in un contesto socio-culturale ed ecclesiale fortemente segnato dalla complessità, dalla frammentarietà e dalla dispersività». (PDV 23).

2) Altra regola di vita è la fedeltà della intercessione. Se il ministero più grande nella Chiesa è quello della intercessione, noi lo esercitiamo soprattutto quando celebriamo l’Eucaristia; ma ciò vale anche per la liturgia delle ore. Il presbitero è deputato a tale scopo con una missione ufficiale, affidatagli dal rito della Ordinazione. Non si è abbastanza pastori senza l’adempimento di questo compito. Questo adempimento fa parte dell’obbligo di pascere il gregge.

La celebrazione eucaristica
Il vertice della preghiera cristiana è l’Eucaristia, che a sua volta si pone come “culmine e fonte” dei sacramenti e della liturgia delle ore. La “grazia” che fa “nuova” la vita cristiana è la grazia di Gesù Cristo morto e risorto, che continua a effondere il suo Spirito Santo e santificatore nei sacramenti; così come la “legge nuova” che deve guidare e normare l’esistenza del cristiano è scritta dai sacramenti nel “cuore nuovo”. Per la vita e per il ministero sacerdotale l’Eucaristia ha un’importanza essenziale. L’Eucaristia crea in noi un forte gusto interiore per custodire ciò che Dio ha fatto in noi (mirabilia Dei) e per educarci al rendimento di grazie (confessio laudis).

La liturgia delle ore.
Anche la liturgia delle ore per i presupposti teologici e spirituali su cui si basa e per la pedagogia che sviluppa, ha potenzialmente un ruolo rilevante nel processo di unificazione dell’esperienza spirituale. E’ grave per il presbitero l’obbligo della intercessione, mediante la celebrazione dell’ufficio delle ore. Il nostro ufficio va vissuto come la continuazione dell’offerta eucaristica, una sorta di preghiera consacratoria sul mondo, perché venga il Regno. Ora è nella natura un certo bisogno di sistematicità. Un impegno aleatorio non incide nella nostra essenza profonda. Perciò mettere l’ufficio nei ritagli di tempo non è buono. Solo ciò che è costante nel tempo e nello spazio diventa caratteristica del nostro volto interiore.

3) Anche la Parola di Dio deve essere una regola di vita (norma normans). Dovremmo vivere l’incontro con al Parola come un punto fermo, partendo dal quale articoliamo la nostra giornata e i nostri impegni, riuscendo a discernere le priorità e a distinguere ciò che è più importante da ciò che è meno importante. E’ necessario il filo rosso della memoria orante del Vangelo del giorno o della domenica successiva, perché le nostre azioni abbiano un centro unificatore.

4) Anche la fedeltà al lavoro apostolico è una regola del presbitero. Per S. Ignazio i due valori: preghiera e lavoro sono equipollenti; lo spazio per la preghiera non doveva trovarsi a scapito del lavoro. Quando le circostanze mostravano l’importanza di rispondere a esigenze apostoliche ben fondate, non esitava a consigliare il lavoro insieme alla preghiera. San Giovanni Bosco ha fatto del lavoro apostolico lo strumento della santificazione. Bisogna stabilire un orario ragionevole come nerbo portante delle nostre giornate, con a base la decisione di non sottrarre mai al servizio il tempo che va dedicato al servizio. Ogni giorno, ogni settimana, deve prendere un tassativo ragionevole quoziente di ore donate effettivamente; per lo meno equiparabile a quello di un onesto operaio.

5) Come condizione indispensabile di un globale equilibrio della vita, occorrerà infine coltivare con regolare attenzione la virtù della temperanza. Per il prete la temperanza è elemento necessario di una buona regola di vita anzitutto per restare fedele a quella particolare amicizia con Cristo che è il fondamento e la sostanza stessa del suo ministero. La vigilanza che Gesù spesso raccomanda nel vangelo, suppone una solida speranza ed esige una costante presenza di spirito, che prende il nome di sobrietà. La sobrietà è proprio la capacità di dominio di sé, di disciplina degli occhi, della mente, del corpo, della fantasia. Facilmente oggi tutti viviamo una ubriacatura televisiva, che ci tiene bloccati anche nell’ansia pastorale.

Vivere serenamente e gioiosamente sotto una regola di vita, motivata in tutte le sue parti ed interiorizzata come strumento di razionalità e di libertà, costituisce parte integrante della testimonianza e del servizio pastorale che il prete è chiamato a rendere alla società di oggi.

27 aprile 2010

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