Agnese Moro: sradicare l’idea della violenza

Intervista alla terzogenita dello statista ucciso nel 1978, protagonista di un incontro a Santa Francesca Cabrini per iniziativa dell’Azione cattolica di Angelo Zema

Da sei anni gira l’Italia tra scuole e parrocchie per ricordare soprattutto la figura umana di suo padre. Vuole salvarla dall’oblio in cui, avverte con forza, hanno cercato di farla cadere. La memoria è ancora viva, però: su Facebook c’è un gruppo intitolato «Per non dimenticare Aldo Moro», e i ragazzi ascoltano con interesse la sua storia. Agnese Moro racconta, rifuggendo dalle grandi analisi e indicando la lezione di un uomo che aveva optato per la «scelta radicale del bene». Terzogenita dello statista rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate rosse e ucciso dopo 55 giorni di prigionia, torna a parlare di quegli anni ad un incontro dell’Azione cattolica di Roma organizzato, nella prima domenica di Quaresima, nella parrocchia Santa Francesca Cabrini. Socio-psicologa, 58 anni, autrice di un libro – “Un uomo così” – dedicato al padre, affronta il tema del perdono, scelta inserita nel percorso quaresimale dell’associazione ma che entra in primo piano anche nel terreno delle vicende degli «anni di piombo».

Agnese Moro, quali implicazioni ha il perdono rispetto agli “anni di piombo” e a tutto il loro carico di morte?
È un discorso aperto. Io credo di cominciare a percepire la debolezza degli altri, quanto dolore c’è nelle persone che hanno compiuto questo male. Soprattutto, l’esigenza che sento fortemente è di spezzare la catena del male. Quando c’è stato un atto di male, la catena non si ferma, seguita a produrre effetti inizialmente non previsti. Magistrale in questo senso è la frase di Gesù: . Il perdono è la via per fermare questa catena di male. Quindi c’è un impegno personale, e c’è un impegno di riconciliazione tra i carnefici e le vittime di quegli anni. E qui c’è un lavoro importante che da alcune parti si comincia a costruire con l’obiettivo di creare occasioni di incontro. Un lavoro impegnativo, ma che porterà dei frutti.

Quanto è presente da parte degli ex terroristi l’assunzione di responsabilità?
Bisognerebbe andare a vedere, perché noi ne conosciamo alcuni che fanno molto rumore, ma ce ne sono tantissimi altri di cui non sappiamo nulla. Sarebbe importante sapere che ne è stato delle loro vite. Vite di ragazzi che hanno fatto cose atroci, che rimangono comunque atroci.

Parlando dei terroristi, Olga D’Antona, vedova di Massimo, il giuslavorista ucciso a Roma il 20 maggio 1999, disse che rimase esterrefatta dalla loro pochezza intellettuale e organizzativa. Scrive: «Non mi sono sembrati all’altezza di capire!». Qual è stata la sua impressione?
Non so se ci sia stata una consapevolezza piena di quello che stavano facendo. Erano coinvolti in una cultura estremista, cultura che purtroppo è ancora molto viva nel nostro Paese, non solo nell’ambito dei giovani dell’ultrasinistra. Purtroppo sta diventando un costume del nostro Paese: basti vedere gli scontri che spesso si verificano anche in maniera immotivata. Credo che questo impedisca di vedere gli altri come persone.

Lei vede il rischio che gli “anni di piombo” si possano ripresentare, magari sotto altre forme?
Si possono sempre ripresentare, anche perché non mi pare ci sia, nella nostra società, una scelta ferma contro la violenza, contro qualunque tipo di violenza. Finché non avremo sradicato dentro di noi l’idea che la violenza possa essere una soluzione dei problemi, ho paura che si possa riprodurre una stagione simile a quella.

Giampaolo Pansa ha scritto che «quegli anni feroci ci hanno cambiati tutti e in peggio… So per certo che siamo stati poco umani con le mogli, i figli e i genitori di chi è stato ucciso». Ecco, qual è stata in questi decenni l’attenzione verso i familiari delle vittime del terrorismo?
Credo che gli anni ’70 non siano stati soltanto questo; mio fratello ha scritto un bellissimo libro sugli anni ’70, in cui mette in luce tutta la positività emersa in quegli anni. Penso però che l’attenzione sia stata piuttosto scarsa. Qualcosa è cambiato con l’istituzione della Giornata della memoria, nel 2008. Il presidente della Repubblica, Napolitano, se n’è fatto interprete nella maniera più alta, creando un momento di incontro al Quirinale, ogni 9 maggio, con i parenti delle vittime del terrorismo. È un punto di riferimento importante per noi tutti.

Lei da anni racconta la sua esperienza, coltivando questo sentiero della memoria e raccontando la figura di suo padre. Qual è la lezione che Aldo Moro può dare all’Italia di oggi, di fronte a crisi economica, scandali e speranze disilluse?
Io credo che, tra le tante cose significative, rimarrà sempre di un’attualità estrema la sua scelta radicale per il bene. Non un bene astratto, ma il bene così come si produce nella storia, nella società, che va sostenuto, aiutato. Lui teneva molto all’idea che non si perdesse la capacità di guardare il bene. Sono certa che ci sia molto più bene che male, ma il bene non lo facciamo vedere e il male strilla forte. Lui si affiderebbe con quell’impegno così semplice e pacato, ma così incisivo, a incoraggiarci verso il bene che c’è dentro di noi, a sostenerlo e a farlo valere.

23 febbraio 2010

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