Al Quirino “La coscienza di Zeno”

Il romanzo di Svevo rivive nell’allestimento di Scaparro. Nei panni del protagonista, Tullio Kezich, che con ironia e scetticismo galleggia tra le amarezze del viaggio interiore di Toni Colotta

Tullio Kezich, triestino purosangue, è stato ingegno fervidissimo nel mondo dello spettacolo teatrale e insieme nel cinema e nella televisione. Ma ha lavorato “nelle retrovie” di quanto ammiravamo su un palcoscenico o sugli schermi cinetelevisivi: fu infatti sceneggiatore ricercatissimo, eccellente nella trasposizione della grande letteratura per la tv e la ribalta scenica. Così per decenni, fino al 2009, quando morì silente nel compianto dei molti estimatori.

Nel teatro ha lasciato un contributo fondamentale per la conoscenza di un grande scrittore del Novecento: parliamo dell’adattamento de “La coscienza di Zeno”, il romanzo-capolavoro di Italo Svevo. Caso abbastanza raro, questa riduzione scritta nel 1964 è rimasta l’unica adottata, nell’arco di cinquant’anni, da registi di diversi allestimenti scenici: nell’ordine, Squarzina, Marcucci, Maccarinelli e da ultimo Maurizio Scaparro che ha curato la nuova messinscena allestita dal Teatro Carcano di Milano. Da martedì 2 al Quirino fino al 14.

In questo caso, anche se è Svevo a giganteggiare, Kezich agisce, per così dire, in prima persona. Sua è la paternità del copione e tale figura in locandina con l’aggiunta “dal romanzo di Italo Svevo”. Un riduttore-autore insomma. Come tale si è ben guardato dal rielaborare il romanzo per ricavarne una forma drammaturgica autonoma. C’è chi ha definito la sua una sceneggiatura teatrale dell’opera originaria, nel senso che può vivere solo sul palcoscenico. Da qui la sua validità costante nel tempo. Certo, mancano alcuni temi fondamentali del mondo di Svevo e in compenso si ritrovano aspetti che appartengono al nostro mondo di oggi (e di sempre), alla crisi di valori.

Per soccorrere quanti fra i lettori non hanno familiarità con le pagine de “La coscienza di Zeno” diciamo – un po’ troppo succintamente – che con lucidità lo scrittore triestino riversa la propria vita interiore nel personaggio di Zeno Cosini, inaugurando il metodo e lo stile dell’introspezione psicoanalitica. Il romanzo, pubblicato nel 1923, dopo un’iniziale freddezza della critica, scatenò una ridda di interpretazioni, sì da farne, dopo la fine della narrativa ottocentesca, un classico accostabile a Kafka, Proust, e a Joyce che ne esaltò la genialità.

Ironia e scetticismo caratterizzano il protagonista e gli consentono di galleggiare sulle amarezze di un viaggio nella sua coscienza. Sulla scena del Quirino a incarnarlo, nella elaborata regia di Scaparro, è Giuseppe Pambieri che sa contenere, con la misura che lo contraddistingue, gli spunti più coloriti offerti da Kezich nel teatralizzare il disadattamento di Zeno rispecchiando «il male dell’anima moderna».

2 aprile 2013

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