Alex Zanardi: «Il mio unico merito, non aver perso la speranza»

Il pilota racconta ai giovani di San Tommaso Moro il suo cammino “Dalla morte alla vita”: l’incidente che ha cambiato per sempre la sua esistenza e la certezza che «la vita sarebbe stata ancora bella» di Elisa Storace

«Oh! What a terrible crash!». L’incontro quaresimale «Dalla morte alla vita», organizzato presso la parrocchia di San Tommaso Moro venerdì 21 marzo, inizia con la proiezione di un video che racconta la storia del pilota Alex Zanardi a partire da quello «schianto terribile», come esclamò allora il telecronista durante la diretta, che cambiò per sempre la vita del pilota. È il 15 settembre del 2001, gara di formula Cart di Lausitzring, Germania. A tredici giri dalla fine Zanardi perde improvvisamente il controllo della vettura, si riversa sulla pista e viene travolto da un compagno di corsa, Alex Tagliani, che sopraggiunge a tutta velocità. «Nel nostro cammino di preparazione alla Pasqua – spiega il parroco, don Andrea Celli, rivolgendosi a lui e ai tanti fedeli presenti – ti abbiamo chiamato per raccontarci, per raccontare a noi, spesso distratti da molte situazioni quotidiane, cosa vuol dire concretamente risorgere. Cosa significa passare dal buio alla luce, dalla morte alla vita, ma, soprattutto, cosa vuol dire avere un orizzonte di senso e di speranza come quello che tu, con la tua determinazione e il tuo coraggio, hai dimostrato di avere in questi anni».

La storia di Zanardi è nota. L’incidente di Lausitzring provoca al pilota l’istantanea amputazione di entrambe le gambe ma da allora Alex diventa protagonista di una rinascita straordinaria. Pochi mesi dopo l’incidente inizia a partecipare a varie manifestazioni per atleti disabili, intraprendendo una nuova carriera sportiva nel paraciclismo, dove corre in handbike: nel 2011 vince la maratona di New York, nel 2012 due ori e un argento ai XIV Giochi paralimpici di Londra, nel 2013 conquista la Coppa del Mondo e tre medaglie d’oro, e, due giorni dopo l’incontro a San Tommaso Moro, vincerà, per la quarta volta, anche la Maratona di Roma.

«Io non sono un professore – ci tiene subito a dire Zanardi -; solo, nel corso della mia vita, ho accumulato tante esperienze che mi hanno insegnato delle cose, l’incidente più di tutte le altre: un momento in cui il pronostico era perfetto per soccombere e il mio unico merito è stato di non aver perso la speranza». Certo, ammette, «sarei un vero bugiardo se vi dicessi che non è stata dura: il giorno prima ero ricco e felice e il giorno dopo mi sono ritrovato in un letto d’ospedale, senza gambe. Però – prosegue – sono assolutamente certo che non sarei qui se non fossi stato convinto che la vita sarebbe stata ancora bella». E sorridendo aggiunge: «Se Nostro Signore mi offrisse la possibilità di tornare indietro, “busta A continui così, busta B quel giorno Tagliani riusciva ad evitarti”, io indietro non tornerei. Non lo farei perché non vorrei mai correre il rischio di essere un arrabbiato con la vita come molti, perché sono convinto che tutte le cose bellissime che sto vivendo oggi sono direttamente connesse con quello che è successo».

Una sfida, che «inizia dal punto in cui sei». Questa l’idea della vita per Alex Zanardi, che davanti alla platea di San Tommaso Moro torna ancora una volta, con la memoria, al giorno dell’incidente. «Dal momento in cui ho aperto gli occhi – ricorda – ho deciso che bisognava provarci: tu fai il tentativo per ciò che puoi, magari oggi è poco, ma se non fai quello anche il più magico dei colpi di fortuna passerà sempre troppo lontano, mentre se ti riesce poi rilanci… e ti ritrovi, a 47 anni e come me, ad allenarti per l’olimpiade di Rio».

«Quando don Andrea mi ha proposto dei nomi dello sport che potessero incarnare per quest’incontro la capacità di rinascere – racconta alla platea il presidente del Coni, Giovanni Malagò – su Zanardi l’ho fermato immediatamente: perché Alex è il numero uno, senza rivali. Un esempio per tutti di cui c’è tanto bisogno, soprattutto in Italia, dove la cultura sportiva latita e abbiamo seri problemi di reclutamento delle nuove leve». Quindi Malagò ha ricordato la scadenza di sabato 22 marzo, il primo anniversario della scomparsa di Pietro Mennea, «ineguagliato campione quando nel nostro Paese non c’era solo il calcio». E ha concluso con l’augurio «che esempi di abnegazione del passato come quello di Mennea o di straordinaria determinazione e valore agonistico come quello presente di Alex non restino isolati, e che le nuove generazioni comprendano tutto quello che lo sport può offrire, soprattutto in termini di valori e orizzonte di senso per la vita».

24 marzo 2014

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