Antea, 12mila assistiti e «mai richiesta eutanasia»

L’esperienza dell’associazione che segue i malati terminali con un hospice e con il sostegno domiciliare. Parla l’oncologo Giuseppe Casale di Federica Cifelli

Gina – un nome di fantasia che nasconde un vissuto reale di dolore e di speranza – è una signora anziana che per 70 lunghi giorni ha convissuto con terribili dolori che nessuno riusciva ad attenuare. La sua diagnosi: cancro. «Quando l’ho incontrata per la prima volta, non vedeva l’ora di morire». Oggi Gina si alza, cammina, ride, mangia e «qualche giorno fa giocava a carte con altre ospiti del nostro hospice. Il suo atteggiamento è radicalmente cambiato». A raccontare la sua storia è Giuseppe Casale, oncologo e coordinatore sanitario dell’associazione Antea (tel. 06.3033321), dal 1987 impegnata nell’assistenza gratuita a malati in fase terminale. Dal 2000, riferisce Casale, anche attraverso una struttura residenziale con 25 posti, il Centro Antea rete di cure palliative – 3mila metri quadri immersi nel verde del parco di Santa Maria della Pietà, padiglione 22 (nella foto l’ingresso) – , aperto a quanti «per vari motivi non possono essere assistiti a casa».

Medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, fisioterapisti e tanti volontari, insieme a un assistente spirituale, padre Pietro Quattrocchi. Queste le figure che garantiscono il «lavoro di squadra» dell’associazione, sia nell’assistenza domiciliare che all’interno dell’hospice. A sostegno dei malati, ma anche dei loro familiari, «perché quando una persona si ammala di cancro è come se tutta la famiglia si ammalasse con lei». Per questo fra gli obiettivi principali dell’associazione, accanto alla rimozione del dolore – «che oggi è la cosa più facile» -, c’è proprio «il supporto alle famiglie, il coinvolgimento dei pazienti nelle scelte terapeutiche, l’impegno a farli sentire persone e a trattarli da persone». Partendo da questi presupposti, racconta Casale, «abbiamo assistito in questi anni oltre 12mila persone, dai bambini agli ultranovantenni. Senza nessuna richiesta di eutanasia».

Quello che fanno gli operatori di Antea è garantire assistenza seguendo i principi delle cure palliative. «Vuol dire, semplicemente, prendersi cura della persona nella sua totalità. Non si tratta, come comunemente si crede, di accompagnare i pazienti alla morte ma di stargli accanto nell’ultimo periodo della loro vita, lavorando insieme a loro, che diventano parte integrante della nostra squadra, per garantire la qualità del tempo più o meno lungo che hanno da vivere». Il primo livello è la rimozione del dolore e di tutti gli altri sintomi: la difficoltà respiratoria, il disagio psicologico davanti ai cambiamenti di un corpo abitato dalla malattia. Poi si passa alla difficoltà sociale che viene dall’abbandono, dall’isolamento prodotto da quanti smettono di venirti a trovare perché «preferisco ricordarti come eri».

E poi, ancora, alle difficoltà burocratiche: richiedere un presidio o magari una carrozzina, riferisce Casale, comporta trafile lunghe e complesse. «E spesso la carrozzina arriva a casa del paziente quando questo è già morto». In più c’è l’aspetto spirituale: ci sono le domande che la malattia pone, i bilanci a cui costringe, e non sempre è facile ripercorre il percorso di una vita. «Le cure palliative comprendono tutto questo, che richiede un impegno ad ascoltare, a condividere e ad affrontare insieme i problemi. Basandosi sempre sul rispetto della persona, senza accanimento né terapeutico né diagnostico». Lo scopo: ristabilire nei pazienti degli obiettivi, sia pure a breve termine. Come nel caso di Carlo – altro nome di fantasia -, cuoco cinquantenne approdato ad Antea in condizioni abbastanza difficili. «Lo abbiamo rimesso in piedi come abbiamo potuto – ricorda l’oncologo -, abbiamo lasciato riaffiorare le sue passioni, le sue attitudini, e poco dopo ha organizzato qui da noi un pranzo con tutti gli altri pazienti, curando da capo chef anche il lavoro degli altri. Questo gli ha ridato spinta vitale, insieme a una serenità nuova: non aspettava più di morire».

16 febbraio 2009

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