Barbonetti: carabinieri nei lager, lezione da martiri

Il colonnello Giancarlo Barbonetti, capo dell’Ufficio storico al Comando dell’Arma, ricorda l’eroismo dei militari deportati dai nazisti di Mariaelena Finessi

Per 60 anni gli archivi storici dell’Arma dei Carabinieri hanno custodito in silenzio la memoria del concentramento, e della cattura, di oltre 2000 dei suoi uomini presenti nella capitale nel 1943, e della loro deportazione nei campi di internamento il 7 ottobre dello stesso anno. Grazie però all’accesso a documenti non più secretati di archivi militari italiani, tedeschi ed alleati e, soprattutto, a diari e testimonianze dirette, la studiosa Anna Maria Casavola ha potuto indagare su quell’episodio e pubblicare i risultati nel volume “7 ottobre 1943. La deportazione dei Carabinieri romani nei lager nazisti” (Studium, 2008), la cui postfazione è affidata al colonnello Giancarlo Barbonetti, capo dell’Ufficio storico del Comando generale dell’Arma.

Colonnello Barbonetti, pochi sanno che nell’ottobre 1943 migliaia di appartenenti all’Arma dei Carabinieri furono deportati nei lager nazisti. Perché nessuno prima di oggi ha mai indagato sulla questione o, perlomeno, sulle ragioni di questo silenzio?
Noi ne avevamo parlato e, a titolo d’esempio, ricordo il libro di Filippo Caruso “L’Arma dei Carabinieri Reali in Roma durante l’occupazione nazista”. Solo poche storie, tuttavia, hanno saputo colpire l’immaginario collettivo in maniera indelebile, come l’eroismo del vice brigadiere Salvo D’Acquisto. Tante altre non hanno avuto l’eco che meritavano. Insomma, avevamo raccontato le nostre vicende di quel triste periodo ma il problema era che le narravamo a persone che avevano già una propria storia da ricordare e per la quale piangere.

I Carabinieri deportati ebbero un destino parallelo a quello dei 600mila militari italiani finiti nei lager nazisti. Le ragioni della deportazione potrebbero però essere diverse? Perché l’internamento degli uomini dell’Arma?
Perché erano inaffidabili per il nuovo regime. Troppo “reali” e troppo figli del popolo, non avrebbero condiviso gli avvenimenti che si preparavano. Invisi ai tedeschi che li rimproveravano di aver difeso la capitale l’8 settembre, guardati con sospetto dai repubblicani che li ritenevano responsabili dell’arresto di Mussolini, in altri termini i Carabinieri risultavano troppo ingombranti per la loro opposizione a collaborare.

Nonostante alcuni avessero scelto di stare con gli oppressori, la deportazione dei Carabinieri avalla la tesi della Resistenza silenziosa dei militari italiani?
Una resistenza neanche tanto silenziosa. Posso rispondere con dei numeri: al momento dell’armistizio prestavano servizio a Roma almeno 11mila Carabinieri in ottemperanza alle norme di guerra, in virtù delle quali era previsto che continuassero a svolgere attività a favore della popolazione anche in caso di occupazione. Ma quando apparve chiaro che il Comando delle Forze di polizia della Città Aperta di Roma era troppo consenziente con le richieste dell’occupante, 3mila militari si sottrassero al servizio e in 6mila scelsero poi di confluire nel Fronte clandestino dei Carabinieri. Gli altri 2mila, invece, sposando la resistenza passiva varcarono la soglia dei lager.

Qual era l’atteggiamento dei Carabinieri nei confronti della popolazione durante l’occupazione di Roma da parte dei nazisti?
Fino al 7 ottobre 1943 i Carabinieri – impossibilitati a sfidare il nemico in campo aperto – opposero una resistenza passiva agli ordini dell’occupante, sabotando le varie iniziative di rastrellamento, ricerca dei renitenti e dei disertori. Dopo il 7 ottobre, il Fronte clandestino dei Carabinieri rimarrà ancora accanto alla popolazione la quale ricambierà fornendo alloggiamento, indumenti, certificati falsi, denaro, informazioni.

Documenti parlerebbero di un patto che le SS proposero ai Carabinieri: liberi subito in cambio dell’arruolamento nelle forze della Repubblica sociale italiana o in quelle del Terzo Reich. Esistono pari documenti che possano dimostrare che quel patto fu respinto dagli uomini dell’Arma nella piena consapevolezza dell’alternativa che li attendeva?
Il rifiuto cosciente dei nostri militari è attestato dalle testimonianze che gli internati militari rilasciarono al loro rientro in patria ma, soprattutto, confermato dalla realtà: non si resta a soffrire gli stenti, le sevizie e a rischiare ogni giorno l’eliminazione se non si è sorretti da una fede incrollabile. L’eroismo di tutti i Carabinieri deportati è commemorato anche nella motivazione della Medaglia d’oro al Valor militare concessa alla bandiera dell’Arma per il contributo offerto da tutta l’istituzione alla guerra di Liberazione e alla Resistenza.

A suo avviso i nazisti hanno ottenuto dal governo della Rsi il disarmo dei Carabinieri anche per non averli contro nell’imminente rastrellamento del ghetto ebraico a Roma?
Ritengo che per l’occupante il problema della presenza dei Carabinieri sia da considerare in termini più ampi: sarebbero stati di impedimento per l’esecuzione di tanti provvedimenti, quale anche il rastrellamento del ghetto. Le vicende di quei giorni e anche le naturali defezioni, non sono riuscite a intaccare la grandezza dell’Arma. La lezione, scritta con il sangue di tanti martiri, è chiara e, nella sua semplicità, non suscettibile di interpretazioni diverse: ebbe ragione chi tenne fede al giuramento prestato, allora al Re, oggi alle istituzioni repubblicane.

5 dicembre 2008

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