“Bianco e nero”, ma per quale famiglia?
L’ultimo lavoro di Cristina Comencini: integrazione razziale banalizzata e perplessità per il “lieto fine” di Massimo Giraldi
È nelle sale “Bianco e Nero”, diretto da Cristina Comencini, figlia di Luigi e già da tempo attiva nel cinema italiano (titoli recenti “Il più bel giorno della mia vita”, “La bestia nel cuore”). Lo spunto, ideato dalla regista appena rientrata da un viaggio di lavoro in Africa, è quello della storia d’amore tra Carlo, un giovane italiano piuttosto normale e poco impegnato, e Nadine, una donna senegalese che vive in Italia da dieci anni.
I loro rispettivi coniugi, Elena per lui, Bertrand per lei, lavorano insieme in un’associazione che raccoglie fondi per il continente africano. Sconcerto e rabbia emergono quando la cosa viene a conoscenza di tutti. Per un po’ i due vivono quasi da clandestini, poi sembrano voler rinunciare, ma tempo dopo si rivedono e il sentimento reciproco li travolge di nuovo.
Il tema centrale (l’integrazione razziale, il superamento di barriere mentali e culturali) è certo attuale e giusto da trattare. Ma in questo caso diventa «troppo» attuale e «troppo» giusto. Nel tentativo di evitare i luoghi comuni, il film cade nell’opposta banalità di voler essere una sorta di manifesto ufficiale su come affrontare oggi il problema. A lasciare perplessi è soprattutto la conclusione: il lieto fine dell’amore tra il bianco e la nera significa infatti lo sfascio di due famiglie felici con i rispettivi figli. E questo alla regista sembra che interessi ben poco.
13 gennaio 2008