Bruno Pizzul

La “voce” storica della nazionale di calcio sui recenti episodi di teppismo: «Viviamo in un deserto morale» di Daniele Piccini

Dal suo microfono di cronista sono passati più di trent’anni di sport. Gli italiani, incollati alla tv per seguire la nazionale di calcio, hanno gioito e sofferto per quasi due decenni con la colonna sonora della sua voce. Un tono profondo, che descriveva le azioni di gioco con un’accuratezza filologica e con un lessico che hanno fatto scuola: disimpegno, proiezione sulla fascia, inserimento, ripartenze, azioni di rimessa, momenti defatiganti e il celeberrimo “bella l’idea, ma cattiva la finalizzazione”. Sono più di duemila le sue telecronache: da Juventus-Bologna del 1969 all’esordio come cronista ufficiale della Nazionale ai Mondiali del 1986, incarico che ha mantenuto fino al 20 agosto 2002, quando ha commentato la sua ultima partita dell’Italia, l’amichevole giocata a Trieste e persa dagli Azzurri per 1-0 contro la Slovenia.

A chi ha osservato da protagonista trent’anni di calcio, gli ennesimi episodi di teppismo della scorsa domenica di campionato a Bergamo e a Roma, non devono aver fatto un bell’effetto.
Ho provato un’amarezza profonda. Sono situazioni inaccettabili, conseguenza di un processo di decadimento del calcio che si è allontanato dai suoi valori originari.

La causa?
Il calcio ha ormai venduto l’anima al denaro e questo ha avuto delle conseguenze devastanti anche per il comportamento dei tifosi.

È sicuro che ci sia una relazione tra i soldi dei diritti tv alla serie A e il teppismo dei tifosi?
Beh, non direttamente. Però è chiaro che gli interessi economici e il venir meno della gratuità dell’impegno, fondamentale nello sport, ha cambiato i valori di tutto l’”ambiente calcio”.

Quindi il problema è di natura morale.
Certamente. Il tifo è andato a sostituire la fede. Il calcio è diventato una specie di religione laica, che a volte si trasforma in fondamentalismo mostrando aspetti eversivi preoccupanti, come dimostrano gli attacchi alla sede del Coni e ai comandi di Polizia. Spesso tengo conferenze negli oratori parlando di sport ai giovani: per me – come del resto per gli allenatori – è diventato ormai difficile dimostrare che lo sport è qualcosa di educativo.

Ma il decadimento del calcio non sarà il riflesso di un decadimento più generalizzato, di tutta la società?
Certo, per i ragazzi oggi è diventato difficile farsi un progetto di vita e spesso sono carichi di rabbia e risentimento. Anche se questo ovviamente non legittima l’attacco alle istituzioni. Poi c’è il problema dell’immagine dei calciatori, persone di cui spesso vengono sottolineati solo i lati diseducativi: l’ultima macchina sportiva acquistata o l’ultima soubrette conosciuta. I calciatori invece sono spesso persone meravigliose, che aiutano gli altri e fanno beneficenza. Solo che non vogliono che si sappia e poi il bene, si sa, non “fa notizia”. Così noi giornalisti, che pure non siamo esenti da colpe, siamo spesso costretti a trascurare il “buono” del calcio e a diffondere solo valori frivoli e scottanti.

Quindi il tanto criticato mondo del calcio è migliore di come lo si dipinge.
Certamente. Prenda gli spogliatoi, al giorno d’oggi sono pieni di calciatori appartenenti a tantissime confessioni religiose e tra di loro si rispettano moltissimo. Lo spogliatoio di una squadra di calcio o di basket oggi è diventato un piccolo laboratorio di dialogo interreligioso, e le cose funzionano bene tra di loro. Qualche anno fa, insieme a mio figlio Fabio, ho scritto un libro (“Credere nello sport. La fede nelle interviste ai campioni”) dove, attraverso testimonianze di sportivi professionisti, abbiamo dimostrato la profondità morale di tanti calciatori.

Quindi c’è ancora speranza?
Purtroppo non a breve scadenza. Viviamo in un deserto etico e morale, e i giovani senza prospettiva ne fanno le spese. Dovremmo finalmente creare, come da tempo eterno si ripete, una nuova cultura dello sport.

16 novembre 2007

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