Cattolici e politica, urgente ridefinire la «laicità»

Confronto a due voci, nella basilica di San Giovanni in Laterano, tra il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli e il sociologo Pierpaolo Donati. L’auspicio: «Si torni a parlare di dottrina sociale» di Lorena Leonardi

«Un buon cittadino può anche non essere cristiano, ma un buon cristiano deve per forza essere un buon cittadino. E per essere buoni cristiani a volte basta un buon esempio, come quello di Papa Francesco». Così Ferruccio de Bortoli, direttore del “Corriere della Sera”, è intervenuto ieri sera, giovedì 27 marzo, nella basilica di San Giovanni in Laterano, al secondo dei Dialoghi in Cattedrale, ciclo che si concluderà il 10 aprile con un confronto tra Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste, e l’economista Jean-Paul Fitoussi. Al centro dell’incontro di giovedì, il passo dell’Evangelii Gaudium “Tutti i cristiani sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore”. A confronto con il giornalista che recentemente ha intervistato il Papa, Pierpaolo Donati, padre della sociologia relazionale, e il cardinale vicario Agostino Vallini.

Sulla figura di Francesco, a un anno dalla sua “rivoluzione”, de Bortoli si è soffermato parecchio, a partire da quell’elezione inaspettata, quando «lo Spirito Santo si è dimostrato un giornalista molto più bravo di noi a stupire con l’effetto sorpresa». Che è continuato man mano che emergevano i tratti salienti che rendono Francesco «un manuale vivente per ciascun cristiano: la simpatia, la bellezza della normalità, la semplicità in una società complicata». Dove è forte il bisogno di «misericordia e compassione», e la Chiesa, seppure «ospedale da campo», non deve smettere di essere «belligerante», senza cedere con buonismo alla secolarizzazione.

Come «convitati di pietra» ci stagliamo nelle comunità virtuali da «abitanti senza volto», scambiando il prossimo con il riflesso di noi stessi, sperimentando, così, nuove forme di solitudine: «Iperconnesso e convinto di avere sconfitto spazio e tempo, l’uomo di oggi non conosce il suo vicino» e percepisce con «artificiale distanza» le istituzioni europee per via del mancato riconoscimento, da parte di queste ultime, delle comuni «radici giudaico-cristiane». Se la «polverizzazione dei cattolici» in politica è «patologica», chi si dedica all’impegno, anche se non credente, scopre, secondo il giornalista, «il senso della propria esistenza nella coscienza di aver compiuto fino alla fine il proprio progetto». L’avventura della conoscenza è «entusiasmante e l’ignoto non deve fare paura a un buon cristiano», ma tutti si devono imbarcare alla riscoperta delle istituzioni. A cominciare da quella «fondamentale, la famiglia, i cui confini sono cambiati: i nuovi diritti vanno riconosciuti, ma essa non può essere stravolta. La famiglia c’era prima dello Stato, e non è immaginabile, in caso di un suo laceramento, che le istituzioni pubbliche resistano».

I cattolici, «minoranza spesso irrilevante nella politica» per de Bortoli, secondo Pierpaolo Donati non hanno «solo il diritto ma il dovere di intervenire nella sfera pubblica: il mondo chiede che i cristiani tengano la propria fede nel privato, mentre il Papa ci dice che nessuno può esigere una cosa simile». Se Giovanni Paolo II nel comunismo sovietico individuava un «errore antropologico», per Francesco, ha detto Donati, l’errore del capitalismo è «teologico e la privatizzazione della fede riflette lo sbaglio più profondo del sistema, non solo come apparato economico, ma inteso come stile di vita a matrice individualista che erode le relazione». Per evitare la «protestantizzazione della fede cattolica – ha aggiunto Donati – occorre risolvere la tensione tra teologia, dottrina e prassi e ridefinire la laicità».

L’auspicio a parlare di nuovo di dottrina sociale è stato lanciato da de Bortoli, sostenitore di una «separazione laica positiva» nel rapporto tra Stato e Chiesa, laddove quest’ultima dovrebbe «rivedere criticamente la storia dei suoi rapporti con la politica negli ultimi anni, quando sono state date deleghe sbagliate a chi parlava di valori non negoziabili e di difesa della famiglia e poi si comportava in modo incoerente». La regola, per il cardinale Agostino Vallini, è quella, stabilita dal Concilio, «di una sana collaborazione: i cristiani assolvono nella dialettica democratica una funzione nutritiva della società. Al cristiano – ha concluso – non serve il codice penale, basta la coscienza».

28 marzo 2014

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