Cie di Ponte Galeria, lettera dai detenuti
Le testimonianze di un gruppo di immigrati che raccontano le loro condizioni al Centro di identificazione ed espulsione romano. La loro protesta contro la proroga del periodo di reclusione da 6 a 18 mesi di Raffaella Cosentino (Redattore Sociale)
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Protesta dei detenuti del Cie di Ponte Galeria contro la detenzione a 18 mesi mentre in Parlamento si discute l’approvazione del decreto voluto dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. Un gruppo di cinque detenuti ha scritto una lettera-appello contro questa misura che proroga la reclusione nei centri di identificazione e di espulsione da sei mesi a un anno e mezzo . «Siamo quasi 200 uomini e 50 donne detenuti al centro di Ponte Galeria-scrive un immigrato che racconta di essere nato nella città di Claudia Cardinale-quelli che fanno queste leggi non sanno niente della nostra situazione e della nostra sofferenza».
L’inferno di Ponte Galeria viene descritto così nella lettera: «Noi siamo detenuti qua, otto persone in una stanza di quattro metri per quattro. Viviamo uno attaccato al letto dell’altro. Chi si alza dopo le otto del mattino non prende la sua colazione. Chi arriva ultimo per la fila non arriva a prendere il pranzo e la cena perché noi facciamo la fila in 200 persone per prendere il nostro pasto. Anche per fare la doccia, l’acqua non c’è tutti giorni e nemmeno shampoo, asciugamano e dentifricio. La gente scappata dalla morte non ha portato lo shampoo e la roba per fare la doccia dal suo paese».
Il racconto prosegue con quello che succede al momento del rimpatrio. «Quando rimandano le persone al loro paese le legano come un pacco postale, legano mani e piedi e mettono una fascia sulla bocca per non farle gridare, per non farle sentire al pilota. Ti fanno salire per ultimo così nessuno ti vede- sostengono gli immigrati-i poliziotti sono pronti per intervenire e dare botte come in un mattatoio. I detenuti spesso si sentono male, hanno fatto il viaggio in mare, vengono dal loro paese e non sanno parlare, nessuno li capisce e la polizia li mena per farli calmare, così quelli dormono e basta. Le persone qui vorrebbero parlare ma nessuno li capisce, non hanno lingua per parlare e nessuno li ascolta, quindi per questo si ribellano e la polizia li picchia con i manganelli, con calci, pugni e tutto».
E ancora: «La gente è venuta dal mare, fanno viaggi della morte per arrivare qua. Quando arrivano sentono sei mesi e gridano tutta la notte, non hanno la testa normale e chiedono al medico tranquillanti perché hanno solo paura del domani, non dormono la notte e cercano un modo nelle medicine. Gli infermieri ti danno le terapie per drogati e la gente dorme tutto il giorno, hanno la faccia gonfia come drogati e la notte urlano e gridano, sono disperati. Prendono le gocce e se il giorno dopo devi partire te ne danno di più, così quando ti vengono a prendere non capisci nulla, è per evitare che ti ribelli alla deportazione”.
L’appello è rivolto ai cittadini italiani con delle richieste. «Noi chiediamo l’aiuto della gente fuori, aiutateci e dovete capire che qua c’è gente che non ha fatto male a nessuno e che sta soffrendo-si legge nella lettera. Noi soffriamo già 6 mesi, figurati 18 mesi. Se passa la legge qui c’è gente che fa la corda perché già così, con i sei mesi, c’è gente che si è tagliata le mani, figurati con diciotto mesi, la gente si ammazza, la gente esce fuori di testa. Chiediamo che la gente fuori, ogni giovedì mattina, vada a vedere a Fiumicino le persone portate via con la forza, che vada a fermare il massacro».
Contro il decreto dei 18 mesi si è schierato anche il Forum immigrazione del Partito Democratico che ha lanciato una raccolta firme rivolta alla società civile, agli amministratori locali, ai parlamentari, ai politici «per dire no al carcere per gli innocenti». «L’ultima misura decisa da Maroni è all’immagine di questo governo: arrogante, prepotente e ingiusta. Prolungare i tempi nei Cie passando da 6 mesi a 18 è una vera vergogna oltre ad essere una misura disumana-spiegano i promotori dell’iniziativa. Per questo motivo abbiamo deciso di coinvolgere attraverso un appello tutti i cittadini nella battaglia che attueremo in Parlamento affinché tale decreto non venga varato. Siamo contrari a che persone innocenti,che scappano dalla povertà alla ricerca di un futuro migliore, siano private della loro libertà e siano trattenute nei centri di identificazione fino a 18 mesi solo perché colpevoli di essere senza documenti e per dover essere identificati. Tale misura calpesta i valori di proporzionalità, ragionevolezza ed uguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione».
14 luglio 2011