«Colazione da Tiffany» dal 13 marzo all’Eliseo

In scena per la regia di Piero Maccarinelli il romanzo di Truman Capote. A interpretare le parti principali: Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia di Toni Colotta

Dopo «Un tram chiamato desiderio» andato in scena all’Argentina, si verifica ancora che un film celeberrimo dia risonanza preventiva, diciamo così, allo spettacolo teatrale creato attingendo alla stessa fonte del film. Che è in questo caso un mito, «Colazione da Tiffany». La versione scenica sarà all’Eliseo dal 13 marzo con la regia di Piero Maccarinelli. Ma occorre far chiarezza sul rapporto fra i diversi «prodotti» che portano quel titolo.

L’originale da cui tutto promana è un best-seller di gran valore, il romanzo di Truman Capote «Breakfast at Tiffany». L’arco di vita di Capote, fra la nascita a New Orleans nel 1924 e la morte improvvisa 60 anni dopo, fu contrassegnato dai suoi atteggiamenti trasgressivi, che alimentavano il gossip ma avevano poco da spartire con l’arte di scrittore. Si disse che egli esibiva la propria sgradevolezza per nascondere la vulnerabilità fisica. Rivelatosi giovanissimo con una prosa allucinata che riportava a Faulkner e a Poe, precoce in tutto, fu anche – senza scuola ma per pura genialità – grande reporter in un viaggio nella Russia della guerra fredda. Mentre la vita privata declinava nella dissipazione, quella letteraria si arricchiva continuamente. Pagine mirabili che sembravano fluire con facilità erano invece lungamente pensate e levigate.

Nel 1999 Mondadori gli dedicò uno dei «Meridiani», a riconoscimento della gloria di scrittore. Vi figurava naturalmente «Colazione da Tiffany» pubblicato nel 1958, che divenne presto un classico, da fare epoca. Piacque subito quel personaggio centrale di Holly, elegantemente dissennata, con un passato oscuro, di moralità un po’ dubbia, ma dotata di una grazia estrosa che rende attraente persino quel tanto di cinismo con cui si difende dalla società newyorkese del 1943 in piena ebollizione (c’è la guerra, lontana). La sua è la ricerca, dice, di un posto «dove io e le cose faremo un tutto unico».

E quando è assalita dalle «paturnie» ama sostare nella grande gioielleria Tiffany, magari sgranocchiando qualcosa. Manco a dirlo, dal romanzo fu ricavato un copione teatrale ad opera di Samuel Adamson, che è alla base dello spettacolo di Maccarinelli, interpretato per le parti principali da Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia. Sulla scena acquista più spessore l’io-narrante del romanzo, William, e nella leggerezza un po’ demenziale del mondo intorno a Holly affiorano risvolti amari, nostalgie, rimpianti.

E venne il film di Blake Eduards nel 1961, nel quale rifulgeva la Holly di Audrey Hepburn e che conquistò platee sterminate. Truman Capote non ne fu entusiasta. Quel retrogusto drammatico con cui era riuscito a cogliere una realtà sfuggente e crudele fu sacrificato all’esigenza dell’«happy end» per una commedia sia pure di alta classe.

12 marzo 2012

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