“Compagni di strada” contro il disagio
Il progetto della Caritas diocesana da quest’anno insieme con il Servizio di pastorale giovanile. Nel territorio accanto ai ragazzi a rischio devianza di Mariaelena Finessi
«Tutto ha inizio con don Luigi Di Liegro». Con questa frase, Gianni Pizzuti appone un «marchio» a ciò che sta per raccontare, la garanzia che il progetto “Compagni di strada”, di cui è responsabile all’interno della Caritas diocesana, viene da chi nella città di Roma per primo seppe capire i bisogni di coloro che vivevano al margine della società. L’iniziativa, messa in campo alla stazione Termini, durò dal 1989 al 1995 per essere poi replicata su più vasta scala a partire dal ’96 con quelli che don Di Liegro, primo direttore della Caritas diocesana di Roma, chiamava «i giovani lontani», che cioè non andavano a scuola e che magari assumevano già sostanze stupefacenti e, per questo, erano a rischio di devianza.
In altri termini, “Compagni di strada” è un corso che – da quest’anno con il Servizio diocesano per la pastorale giovanile – prepara i giovani animatori delle parrocchie, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, ad essere presenti in maniera costante negli ambienti giovanili del proprio territorio: bar, muretti, piazzette e, da qualche anno – segno di una società che cambia -, anche nei centri commerciali. Individuate quattro zone cittadine (Tor Bella Monaca, Vigne Nuove, Nuova Ostia e l’Appio-Tuscolano), gli animatori vanno ogni settimana in cerca di adolescenti di 14-18 anni.
«L’obiettivo – spiega Pizzuti – è di stabilire con i ragazzi un contatto, quindi un percorso che permetta di creare con loro dei legami significativi; il fine è quello di prevenire comportamenti a rischio e, quando necessario, dare gli strumenti necessari per il reinserimento lavorativo o scolastico». Per garantire poi una vicinanza costante, «l’équipe si organizza in più squadre, ognuna formata da una decina di animatori, dividendosi i giorni in modo da coprire gran parte della settimana ed evitare così l’incontro sporadico».
Quanto al progetto, è strutturato in diverse fasi: la prima consiste nella mappatura del territorio, la seconda in quella dell’approccio, poi arriva il consolidamento della relazione, quindi la fase della microprogettualità. «In quest’ultimo caso, il microprogetto può essere legato alla persona in modo da incidere sulla sua vita (ad esempio come impegnarsi a scuola o come migliorare il rapporto con la famiglia) oppure può essere legato al gruppo, aiutandolo a modificare l’immagine che dà di sé all’esterno». L’ultima fase, la più difficile, è quella del cambiamento. Quanto al ruolo della religione in tutto questo, Pizzuti risponde che essa «non è una discriminante o, meglio, lo è per gli animatori ma non per i ragazzi destinatari del progetto». Per gli animatori «è una sorta di momento di verifica e comprensione spirituale mentre ai ragazzi si rivela la nostra fede in Dio – conclude Pizzuti – raccontando le motivazioni che spingono a mettersi in gioco, ovvero quel desiderio, come spiega il titolo dato al progetto, di farsi “compagni di strada”».
10 novembre 2009