Consultori o “abortifici”?

Un bilancio di 30 anni di storia, alla luce del dibattito politico in corso negli ultimi giorni e delle ipotesi di riforma di Antonella Palermo

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In 30 anni di attività «il consultorio familiare, nato principalmente per sostenere la famiglia e per aiutarla a risolvere i suoi molteplici problemi relazionali di coppia e genitoriali, si è progressivamente trasformato in ambulatorio medico specialistico sui temi della contraccezione, dell’interruzione della gravidanza, della sessualità». È quanto si legge nell’ultimo numero di Consultori familiari oggi, rivista della Confederazione italiana dei Consultori familiari di ispirazione cristiana, che ne conta 174 su un totale di 2582 (la regione più fornita è la Lombardia, con 39 consultori, nel Lazio ce ne sono 11).

È in questo contesto che si inserisce la recente proposta, in esame presso il ministero della Salute, di riformare i consultori pubblici nella direzione di liberarli dal ruolo di dispensatori di certificati per l’aborto che andrebbe invece affidato ad un’altra struttura. «Se si riuscisse a trovare un’adeguata applicazione a questa idea – ha dichiarato il segretario generale del Movimento per la vita Olimpia Tarzia – i consultori diventerebbero realmente un luogo di tutela della maternità, di sostegno della mamma, anche economico, quando necessario». Il dibattito politico che ne è scaturito negli ultimi giorni riguarda «un tema scomodo ma estremamente rilevante», sottolineano al Forum delle associazioni familiari: «I consultori devono riscoprire il ruolo di promozione del benessere e, nel caso dell’aborto, rimuovere le cause che lo provocano invece di limitarsi a intervenire nelle procedure di autorizzazione».

L’avversione espressa da taluni esponenti politici contro l’ipotesi di ripensamento delle funzioni dei consultori è ritenuta «assolutamente pretestuosa» da Giuseppe Noia, docente di Medicina prenatale alla Cattolica di Roma e presidente della commissione scientifica della Confederazione dei consultori familiari di ispirazione cristiana. «La proposta è onesta – sostiene – perché va al cuore del problema. Non riesco davvero a capire come si possano alzare gli scudi di fronte ad un tentativo più che ragionevole di diffondere una cultura della vita, che resta un valore trasversalmente riconosciuto al di là delle appartenenze religiose. Purtroppo bisogna riconoscere che l’opera di dissuasione dalla pratica dell’aborto non è stata mai applicata nei consultori pubblici, i quali sono diventati appunto sempre più degli “abortifici”. Non si tratta certo di esercitare terrorismo psicologico», precisa il professore. Bisogna solo «rafforzare in questi ambienti la consapevolezza di dover agire sulla base di un’evidenza scientifica e prima ancora umana: e cioè che il vissuto relazionale con il proprio figlio non viene eliminato con l’eliminazione dell’embrione, e che dunque la conflittualità psicologica post-abortiva è devastante».

Lo ha ribadito anche Papa Benedetto XVI mercoledì scorso nel saluto ai delegati del Movimento per la vita al termine dell’udienza generale: «Impegnarsi per prevenire l’aborto significa scrivere pagine di speranza per il futuro dell’umanità». Oltre 500 sono i volontari dei 278 Centri di aiuto alla vita (Cav) promossi dal Movimento che si ritrovano in questi giorni a Firenze per il 25° Convegno nazionale. E proprio loro (circa 30mila in tutta Italia) potrebbero essere chiamati ad inserirsi nei consultori pubblici – secondo il progetto del ministro Storace – perché si offrano alternative concrete all’interruzione di gravidanza, come auspica anche don Oreste Benzi, dell’associazione Papa Giovanni XXIII. Su questo punto Carlo Casini, che del Movimento per la vita è presidente, si spinge anche oltre. «La difesa del diritto alla vita – dichiara – non è compito dei soli volontari. È lo scopo essenziale dello Stato. È chiaro che ciò implica una riforma che riguarda gli scopi, la selezione e la preparazione del personale, i controlli, i meccanismi di raccordo con i luoghi dove l’aborto viene richiesto. In questo contesto si inserisce la presenza dei volontari all’interno della struttura consultoriale, una presenza del resto già prevista dalla legge».

18 novembre 2005

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