Curve chiuse negli stadi. Monsignor Lusek: «Rispettare le regole»
Parla il cappellano della nazionale olimpica italiana e direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale dello sport, Mario Lusek: «Il tifo deve essere passione, entusiasmo. No a una società involgarita» di R. S.
«Uno dei punti cardine dello sport è il rispetto delle regole in campo e fuori. Se in campo chi sbaglia viene espulso, è giusto anche che venga sanzionato chi sbaglia sugli spalti. Ma senza penalizzare la stragrande maggioranza dei tifosi che sono gente appassionata». A parlare così è stato monsignor Mario Lusek, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport. Le sue parole arrivano all’avvio di una stagione calcistica che ha già conosciuto, in diverse occasioni, la vergogna dei cori razzisti e di discriminazione in genere. Da ultimo, il Giudice Sportivo ha punito la società milanista «per avere alcune centinaia di suoi sostenitori, alcuni minuti prima dell’inizio della gara, intonato un insultante coro espressivo di discriminazione territoriale nei confronti di altra società».
Ma la curva rossonera non è stata l’unica a essere chiusa. Prima era toccato alla Capitale, sia la Nord che la Sud, sempre per cori razzisti. Monsignor Lusek, che è anche cappellano della nazionale olimpica italiana, ha ricordato che: «Il tifo deve essere passione, entusiasmo, colore, animazione. Ed è questo che lo stadio un luogo di festa, di amicizia e di sano svago». Purtroppo in molte occasioni si ascoltano «slogan che non incitano a un sano agonismo ma all’odio e alla vendetta, contribuendo a innalzare anche barriere politiche e ideologiche». Quindi ci troviamo davanti a un «problema culturale ed educativo che non è riconducibile allo sport in quanto tale. La società si è involgarita e anche nello stadio ne vediamo i riflessi».
Per questi motivi la proposta di provare a «riportare le famiglie negli stadi. Avere famiglie tra il pubblico significa contare sulla presenza di giovani, padri e madri, di bambini e persone che fanno vivere la dimensione festosa dello sport». Il tutto unito a «campagne di presenza educativa. So – spiega monsignor Lusek – di tanti sacerdoti che si mescolano nelle tifoserie e laddove accade riescono anche a creare una complicità ludica». Molto importante il supporto dei campioni sportivi che possono essere «testimoni di valori».
E all’agenzia Sir che gli ha chiesto un parere su Balotelli, monsignor Lusek ha risposto: «Ogni atleta ha una storia e un vissuto a sé. Piuttosto che giudicare è utile mettersi accanto a ognuno di essi e accompagnarli. Ogni atleta ha risorse interiori molto forti e bisogna aiutarlo a tirarle fuori. Nel mondo dello sport si resta incantati a vedere come anche nei cuori più aridi c’è una voglia di libertà e di festa».
11 ottobre 2013