Damiani, guardare è più che immaginare

“Il fico sulla fortezza” conferma che una poesia minimale ha la forza di penetrare i temi più alti. Per arrivare a una conclusione pacifica: a chi è come i bambini appartiene il regno di Dio di Paolo Pegoraro

«Su numeri molto piccoli e molto grandi / non lavora solo la fisica, oggidì, / ma anche la poesia». Pare un verso di Wislawa Szymborska, invece è tratto dall’ultimo volume di Claudio Damiani, “Il fico sulla fortezza”. Una raccolta che ne prosegue la riflessione, confermando che una poesia solo all’apparenza minimale ha invece la forza di penetrare i temi più alti. L’immaginazione, scriveva Szymborska, «se la cava male con i grandi numeri. / Continua a commuoverla la singolarità». Damiani riesce invece a lasciarsi commuovere dal “grande numero”, dalle masse apparentemente uniformi, indistinguibili, indifferenti: greggi di pecore, distese di verde, nubi atomiche.

Il suo occhio vi indugia docilmente, si lascia ammaestrare da quanto è fuori di lui, apprende il mistero della differenza. E passo dopo passo, nel corso delle sue opere, Damiani è giunto a un’intima comprensione della realtà quale fraternità di esseri singolari e irriducibili. Niente è replicabile, tutto è a suo modo unico. Forse persino gli atomi di idrogeno sono «ognuno diverso, come i fiocchi di neve, / le impronte digitali, come tutte le cose, / ci hai mai pensato, eh?». Il numero delle individualità è sterminato – la grande catena dell’essere rende fratelli sassi e animali e uomini –, così sterminato da stordire la morte stessa: «Se siamo così tanti / vuol dire che non c’è morte / perché non possiamo morire così in tanti».

Il mistero dell’unicità si radicalizza al punto di chiedersi se è persino pensabile non solo l’annichilimento finale del singolo, ma pure la sua non eternità: «che moriremo / questo lo sappiamo / ma che non c’eravamo già prima / questo non lo crediamo». Tutto era dunque presente (pre-esistente?) in una origine prima, in un disegno che ora si sta muovendo «verso un bene lontano sempre più vicino». Si comprende allora perché, per Damiani, la scaturigine delle virtù siano la gentilezza e la bontà.

Tali atteggiamenti implicano il «sentire la sacralità / di noi e di tutti gli esseri viventi / e delle cose anche, non ferirle, non sporcarle / ma custodirle dentro di noi nel cuore». Una sorta di “castità dell’immaginazione” solidamente religiosa, come troviamo testimoniato persino nel Talmud: «Gli atti di gentilezza pesano quanto tutti i comandamenti». Il riconoscimento della divina matrice dell’essere è quella base che accomuna al popolo eletto tutte le gentes – “i gentili”, come erano appunto chiamati i pagani.

I vocaboli «insieme» e «gentilezza» sono per Damiani un basso continuo, due reciproche implicazioni. La vita comune richiede di “vedere bene” e “pensare bene”, ossia un piegarsi docilmente, riconoscendo la bontà dell’essere. «Non vedi bene» ammonisce una voce all’occhio massificante, frettoloso e superficiale, incapace di cogliere le differenze. Minime, infinitesimali, eppure reali. Il poeta si propone allora come contemplativo, esercitato nella ferrea disciplina di riconoscere e assaporare le sfumature del reale: «Vorrei semplicemente descrivere / quello che vedo, non altro / non mi interessa inventare».

Inventare non serve. Non occorre. «Stare seduto e guardare il mondo, / e anche questa piccola vita che hai / ti viene da piangere a come è smisurata / come va oltre ogni immaginazione / se può contenere così tanto». Poeta di parole chiare – forse ovvie ma inequivocabili, mai ambigue neppure nel chiamare l’oscenità per nome – quella di Damiani è un’ingenuità coltivata, ostinata, perseverante, combattiva: «Tu medita cosa significa “essere buoni” / questa parola semplice che è sulla bocca dei bambini, / pensaci anche tutta la vita / non avrai perso tempo».

Si può ritornare bambini? Un animo raggrinzito nell’autocompiacimento può rinnovarsi? Sì, annuncia una delle ultime composizioni, è questo il frutto di tanta delicata ascesi: «È tornata la tua infanzia, vieni a vedere!». Una conclusione pacifica, ma chiara ed esigente come un motto evangelico. A chi è come i bambini appartiene il regno di Dio.

Il libro
Claudio Damiani, “Il fico sulla fortezza”, Fazi 2012, pp. 129, € 12

La citazione
«Dal mio piccolo punto di vista
vedo l’universo. Un rettangolino.
Il mio terrazzo. È la notte di maggio calda
e fresca, una brezza mite spira
che mi rinfresca dalla giornata afosa.
L’universo non credo sia tanto diverso
dal nostro mondo: dopo tanto pensare,
tanto meditare sono convinto non solo
che quel che sta sulla terra sia un po’ dovunque nel cielo
ma anche che quello che sta nel cielo
sta un po’ qua e là sulla terra.
Allora dico: non ci immaginiamo cose tanto strane
ma guardiamo quello che ci sta vicino,
lasciamoci ferire dalla sua bellezza
e nella sua sapienza riposiamo il cuore».

13 febbraio 2013

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