Difendere la professionalità con l’«umile amore»

di Filippo Morlacchi

Stavolta desidero segnalare una lettera che un’insegnante di religione (IdR) di Bergamo ha inviato al quotidiano Avvenire per raccontare la sua tristezza. Voglio sperare che si tratti di un caso isolato; ma certamente è una situazione spiacevole che non sottovalutata.

Innanzi tutto, i fatti. Elisabetta Sturiale (il nome non è di fantasia, ma è proprio quello riportato dal quotidiano) è IdR da 23 anni; nella scuola in cui insegna attualmente, un istituto professionale, sperimenta un profondo disagio. Riporto le sue testuali parole (da Avvenire del 27 dicembre scorso): «Si parla tanto di atti di bullismo tra gli studenti, ma questo non manca neppure tra i professori. Ultimamente mi capitano cose assurde, ad esempio l’invito di taluni colleghi a non nominare il nome di Dio a scuola, in quanto loro si dichiarano materialisti, atei e agnostici. Qualche giorno fa uno di loro, incrociato in corridoio, mi ha intimato di non esprimere alcun giudizio, in quanto rappresentante della Chiesa cattolica. Nei miei riguardi noto una forma di ostilità incomprensibile. Gli argomenti che io registro quotidianamente sul giornale di classe sono all’attenzione e alla critica dei colleghi e qualcuno si è permesso di invitare gli alunni a ribellarsi e a saltare le mie lezioni. Mi consola il fatto che gli studenti mi vogliono bene; con loro non ho mai avuto grossi problemi. Anche con gli studenti che professano altre religioni non ho mai notato forme di intolleranza. Di bullismo tra gli studenti se ne parla tanto, ma quello che gli insegnanti subiscono ogni giorno solo perché fanno il loro lavoro, dove lo mettiamo?».

Esiste dunque un bullismo tra insegnanti? Purtroppo, pare di sì. Ma può forse essere un buon insegnante una persona incline all’intimidazione, che non rispetta il lavoro dei colleghi e si arroga il diritto di giudicarne la serietà? Questi “materialisti, atei e agnostici” che vorrebbero cancellare il nome di Dio dal vocabolario non si dichiarano forse paladini della tolleranza? E perché mai una persona non potrebbe esprimere il proprio giudizio solo a causa della sua appartenenza alla Chiesa cattolica? E cosa succederebbe se un insegnante di italiano invitasse i suoi alunni a boicottare le lezioni di filosofia quando si parla di Marx o di Nietzsche?

Sono domande che nascono tumultuose nella mente di chi cerca di stare nella scuola rispettandone le regole. Questo infatti, e non altro, cercano di fare gli insegnanti di religione: stare fino in fondo nel mondo della scuola, rispettandone integralmente le regole. E le regole sono chiare: l’insegnamento della religione cattolica è voluto dallo Stato – sì, proprio dallo Stato! – non solo perché il patrimonio culturale del cristianesimo cattolico è indissolubilmente legato alla storia e alla cultura italiana e europea, ma anche perché una formazione scolastica che trascurasse la dimensione religiosa sarebbe incompleta. Perché, volenti o nolenti, per aderirvi o per opporvisi, l’esistenza umana non può fare a meno di confrontarsi con la questione dell’Assoluto.

Mi sembra invece indice di professionalità il fatto che questa insegnante di religione annoti regolarmente sul registro di classe gli argomenti discussi a lezione. Trovo consolante sapere che nel suo rapporto con gli alunni non ha mai incontrato grossi problemi, e che anzi le vogliono bene. Mi rallegra sapere che anche gli studenti di altre religioni la rispettano. Tutto questo significa che lei sta lavorando egregiamente, sta dando il suo contributo per il buon andamento della scuola e per la crescita dei suoi alunni. Oh, certo non voglio dire che sia l’unica insegnante brava e meritevole di applauso: forse anche qualche collega che la osteggia svolge bene le sue lezioni, anche se poi non la sopporta e la maltratta. Ma quel che non riesco proprio a comprendere è come mai nell’attuale situazione di difficoltà educativa generalizzata qualcuno possa pensare che l’apporto dell’ora di religione sia non solo superfluo o inutile, ma perfino diseducativo e pericoloso, e quindi da eliminare.

E aggiungo un’ultima riflessione: è possibile reagire a questa situazione senza peccare di esagerazione? È possibile non piegarsi davanti all’ingiustizia senza alzare a nostra volta il tono della voce? Questa mi pare una sfida importante per l’insegnante di religione oggi: conservare la serenità, non cedere alle provocazioni. Mostrare serenamente la propria disponibilità a collaborare per una educazione migliore dei giovani, senza rivendicare privilegi né cedere al vittimismo. «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21) scriveva san Paolo; e san Pietro ricordava che «è meglio, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male» (1Pt 3,17). «Certi pensieri, specialmente alla vista del peccato umano, ti rendono perplesso, e tu ti domandi: “Devo ricorrere alla forza o all’umile amore?”. Decidi sempre: ricorrerò all’umile amore. Se prenderai una volta per tutte questa decisione, potrai soggiogare il mondo intero. L’amore umile è una forza formidabile, la più grande di tutte, come non ce n’è un’altra…» (F. Dostoëwskij). Se l’IdR riesce a esprimere questa serena fortezza, questa composta dignità, se continua a svolgere il suo lavoro con umile rigore nonostante le critiche che gli fioccano intorno, può riuscire a fare molto di più di quanto gli sarebbe professionalmente richiesto: diventa un autentico testimone. Merce rara, oggi, e tanto preziosa.

9 gennaio 2009

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