Dalla porta di servizio o dall’ingresso principale?

di Filippo Morlacchi

Lo scorso 22 gennaio ha segnato un momento significativo per il mondo della scuola nella diocesi di Roma. L’aula magna della pontificia Università Lateranense era gremita di insegnanti di religione, convocati dal cardinale vicario Agostino Vallini in occasione della presentazione della lettera “Educare con speranza” da lui indirizzata a tutti gli educatori scolastici. In quel contesto è stato anche annunciato il nuovo ministero pastorale affidato a monsignor Manlio Asta, che per quasi vent’anni è stato direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale scolastica e l’insegnamento della religione cattolica (Irc) di Roma, e la contestuale successione del sottoscritto nel suo incarico. Questo giustifica almeno in parte, spero, il ritardo con cui torno a scrivere queste mie note.

La “Lettera” del cardinale Vallini, pubblicata un anno esatto dopo l’analoga lettera del Santo Padre, è un testo che merita di essere approfondito e meditato da parte di tutti coloro che si occupano di scuola. Suggerisce indicazioni precise e costruttive per un rinnovamento dell’educazione scolastica, e perciò sarà oggetto di un mio commento analitico nei prossimi articoli. Stavolta desidero riassumere i risultati di un’indagine sulle attività di pastorale scolastica che si svolgono a Roma, effettuata tramite un questionario distribuito a tutti gli insegnanti di religione (IdR).

Sono state raccolte in tutto 402 schede di risposta, pari a quasi il 40% degli insegnanti: un campione più che sufficiente per fornire un risultato affidabile.

I risultati mostrano alcune tendenze, a seconda dell’età degli alunni.
– una flessione progressiva (dal 93 di chi insegna nella scuola primaria al 74% di chi lo fa nelle secondarie di secondo grado) dei servizi ecclesiali extrascolastici (catechesi, animazione, ecc.) e della disponibilità dichiarata a collaborare con le parrocchie (dal 66 al 47%)
– un incremento simmetrico (dal 26 delle elementari al 45% delle superiori) delle attività educative o pastorali svolte all’interno della scuola piuttosto che nella parrocchia;
– una sostanziale omogeneità nella capacità di indirizzare a figure spirituali di riferimento;
– una percentuale maggioritaria (55-60%) persuasa che rimangano ancora spazi per un annuncio esplicito della fede nella scuola;
– un calo macroscopico del gradimento di testimonianze sacerdotali nella Secondaria di II grado.

Nel complesso, si delinea un panorama degli IdR romani piuttosto variegato. Alcuni mettono in risalto soprattutto la qualità testimoniale del loro impegno e sembrano trovarsi a proprio agio soprattutto valorizzando la dimensione “spirituale” dell’Irc; altri invece mettono in rilievo soprattutto la competenza “professionale” e gli aspetti culturali del loro insegnamento. Si tratta di due sensibilità complementari, che meritano entrambe rispetto, a patto che nessuna pretenda di assolutizzare il proprio punto di vista.

D’altro canto, dal questionario emerge anche una non trascurabile differenza tra un ambiente scolastico e l’altro: alcune scuole si mostrano accoglienti non solo nei confronti dei singoli IdR, ma anche rispetto alla disciplina Irc in quanto tale e al contributo che essa può dare alle formazione integrale degli alunni. Altre istituzioni manifestano invece un’ostilità pregiudiziale nei confronti dell’Irc e gli IdR devono guadagnarsi faticosamente la stima dei colleghi grazie alla competenza professionale, alle virtù umane dimostrate e l’attenzione scrupolosa a non eccedere i confini imposti dalla normativa. Sono soprattutto questi ultimi docenti quelli più circospetti davanti alla prospettiva di invitare un sacerdote: temono soprattutto che un intervento “catechetico” maldestro nella scuola possa arrecare un danno grave allo spazio che si sono laboriosamente rosicchiato con la loro serietà e fedeltà.

Il timore che certi ambienti possano reagire con violenza all’«ingresso dell’ecclesiale nella scuola utilizzando come grimaldello l’IdR» – così si esprime un insegnante stesso – è particolarmente sentito nei licei più “chic”, ma si trova anche nelle scuole di periferia in cui la presenza interculturale e interreligiosa è più significativa. Se dunque gli IdR sono di fatto interpellati più di ogni altro insegnante dal punto di vista della testimonianza personale, proprio loro, paradossalmente, sembrano maggiormente vincolati circa la promozione di iniziative pastorali di tipo istituzionale, almeno nelle istituzioni scolastiche dove l’Irc viene appena “tollerato” con sufficienza.

A questo punto vengono chiamati in causa i parroci: se fossero capaci di pensare e organizzare interventi nella scuola non come stratagemmi per “pescare ragazzi da portare in parrocchia”, ma come occasioni per portare loro, lì dove vivono, una parola di luce e di speranza, qualcosa potrebbe cambiare. Il bisogno di educatori validi è ogni giorno più sentito, e quindi cresce anche parallelamente la disponibilità delle scuole ad accogliere iniziative scolastiche di spessore educativo. Perciò la scuola sarà invogliata a cercare sempre più spesso una collaborazione sistematica non solo con le famiglie, ma anche con le realtà ecclesiali presenti sul territorio, nella misura in cui queste sapranno presentarsi come valide risorse educative.

Una lettera di commento al questionario segnalava, con grande rammarico, che la disponibilità delle parrocchie romane verso il mondo della scuola è purtroppo ancora piuttosto modesta: eppure – riassumeva questa IdR – una pastorale integrata senza l’apporto delle comunità cristiane (cioè, concretamente, delle parrocchie) «è come pretendere di farsi un panino con il salame senza salame».

La pastorale della scuola va certamente fatta nelle scuole, dunque con il contributo degli IdR, ma anche da parte delle comunità cristiane nel loro insieme, che sono il principale soggetto dell’azione pastorale. Sarebbe una scelta lungimirante se le parrocchie elaborassero e sviluppassero progetti educativi di ampio respiro da proporre nelle scuole, proprio per accreditarsi come interlocutori affidabili delle istituzioni scolastiche.

In alcuni casi questo già avviene (qualche segnalazione è stata fatta in questa sede, e mi propongo di segnalare altre iniziative in futuro) e i risultati sono eccellenti. Se le parrocchie romane impareranno a elaborare progetti seri, di qualità, che esprimano l’impegno concreto della Chiesa per educare, educare senza secondi fini e senza limitarsi ai soli progetti intraecclesiali, probabilmente i timori espressi da molti docenti sarebbero fugati, e la Chiesa potrebbe entrare nella scuola non dalla porta di servizio, ma dal portone principale.

6 febbraio 2009

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