Don Andrea Santoro, dono per la Chiesa

Nella parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio la Messa nel terzo anniversario dell’uccisione del sacerdote a Trabzon. A concelebrare il vicegerente Moretti e il vicario della diocesi di Anatolia di Graziella Melina

Don Santoro, sulle orme dell’Altro di Daniele Rocchi (Agenzia Sir)

Giovedì 5 febbraio. Nella parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio (a villa Fiorelli), prima che inizi la Messa, i fedeli si avvicinano ai primi posti. La mamma di don Andrea Santoro e la sorella Imelda stringono mani, si trattengono in forti abbracci. «L’opera di don Andrea continua, anche nelle amicizie, basta guardarsi attorno», accenna commossa Imelda Santoro. Era il 5 febbraio di tre anni fa quando il sacerdote fidei donum fu ucciso nella chiesa di Santa Maria a Trabzon, in Turchia. La sorella Maddalena ora si trova proprio lì. In mattinata è stata celebrata una Messa per don Andrea. «Ad officiarla – racconta Imelda – c’erano anche quattro sacerdoti turchi».

Nella chiesa romana dove don Santoro fu parroco dal 1994 al 2000, la celebrazione eucaristica sta per iniziare. La presiedono Luigi Padovese, vicario della diocesi di Anatolia e l’arcivescovo vicegerente Luigi Moretti. «Grazie alla Chiesa di Roma per il dono che è stato don Andrea per la nostra Chiesa – dice monsignor Padovese, rivolgendosi ai fedeli –. Il suo sangue è il dono prezioso che ha lasciato alla Turchia. Non si è cristiani senza rischio. Amo ricordare l’ultima parola che ha pronunciato don Andrea: proteggimi! Vegli sulla sua Chiesa d’origine e sulla chiesa in Turchia per la quale ha dato la sua vita».

«La storia della Chiesa – ricorda monsignor Moretti durante l’omelia – è segnata da testimonianze che ci ricordano come la fedeltà al Signore prende, coinvolge, chiede la disponibilità suprema della vita stessa. La nostra fede non è filosofica, ideologica, è il rapporto che si approfondisce man mano che ci si immerge in questa esperienza che Dio ci fa fare». Don Andrea «scopre la centralità di Gesù e come la vita acquista significato solo in relazione a lui. È questo ciò che è stata l’anima del suo apostolato a Roma, nella Terra Santa, in Turchia: rendere presente e visibile Gesù vivo che rivela il suo amore, per far sì che ciascuno che cerca speranza, verità, possa trovarlo». La spiritualità di don Santoro, aggiunge l’arcivescovo, «si è costruita attorno all’Eucaristia, in un rapporto sempre più profondo, puntuale con la parola di Dio». E don Andrea è morto proprio mentre pregava con la Bibbia. «Da questo rapporto intenso con Gesù – prosegue monsignor Moretti – nasce l’impegno a donare ciò che Dio ha compiuto di bello, grande in lui. Questa la forza del suo apostolato: sentirsi apostolo, chiamato a far sì che tutti potessero conoscere il Signore ovunque, anche laddove si presumeva che non ci fosse interesse, possibilità». Quindi una preghiera: «Perché don Andrea solleciti il cuore di tanti giovani a rendersi disponibili a lavorare nella sua vigna», con la consapevolezza che «seguire Gesù non è una passeggiata, non è una vita vissuta nella mediocrità, ma chiede di sapere scegliere, è il coraggio di essere fedeli».

Oggi l’opera del prete originario di Priverno prosegue anche grazie all’Associazione “Don Andrea Santoro”, costituita il 19 giugno del 2006 proprio per mantenere viva la memoria e la sua spiritualità e per fare da collegamento fra la diocesi di Roma e il vicariato dell’Anatolia. E intanto la Capitale non dimentica il sacrificio del sacerdote ucciso in Turchia. «Credo che l’eredità più forte che don Andrea ci ha lasciato – ricorda il sindaco Gianni Alemanno in un messaggio a Maddalena Santoro – sia quella di lavorare per superare distanze e pregiudizi tra mondi diversi favorendo la conoscenza e il confronto, lo scambio delle reciproche ricchezze, dove la diversità non sia motivo di divisione, ma di crescita reciproca».

6 febbraio 2009

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