Don Santoro, sulle orme dell’Altro
Intervista a Maddalena, sorella del sacerdote ucciso in Turchia il 5 febbraio del 2006 di Daniele Rocchi (Agenzia Sir)
Terzo anniversario della morte del sacerdote romano in Turchia
Il 5 febbraio 2006, a Trebisonda (Trabzon), per mano di un giovane che gli sparò contro alcuni colpi di pistola, morì, mentre pregava, don Andrea Santoro, sacerdote della diocesi di Roma. Ucciso al grido di “Allah è grande” al culmine di una giornata che aveva visto forti proteste islamiche contro le vignette, pubblicate da giornali occidentali, del profeta Maometto. “Don Andrea aveva intensamente desiderato e insistentemente chiesto di poter lasciare Roma per l’Anatolia, per essere in quella terra testimone silenzioso e orante di Gesù Cristo, nel rispetto delle leggi locali” affermò in quello stesso giorno l’allora vicario di Roma, il card. Camillo Ruini. Nell’udienza ai vescovi turchi in visita ad limina, lo scorso 2 febbraio, Benedetto XVI ha reso omaggio “a tutti i cristiani, preti e laici, che hanno testimoniato la carità di Cristo, a volte fino al dono supremo della loro vita, come don Andrea Santoro”. Roma e Trebisonda lo hanno ricordato, a tre anni dalla morte, con veglie e celebrazioni. Nella città turca era presente anche la sorella don Andrea, Maddalena Santoro. Il Sir l’ha intervistata.
A tre anni dalla morte, che cosa della storia di don Santoro merita di essere raccontata?
Sin da giovane don Andrea ha mostrato due atteggiamenti: quello di voler essere veramente la carne di Cristo, con la volontà di conformarsi a Lui e, inoltre, di essere un uomo in relazione e di relazioni anche se amava il silenzio, la contemplazione. È sempre stato un uomo di relazioni, non c’erano orari per lui, per l’accoglienza di qualcuno. Lo ha fatto quando era parroco a Roma e poi anche in Turchia. Era uno sforzo che faceva tutti i giorni, lo chiamavano, lo cercavano, e lui andava. Diceva spesso: andare da chi ci cerca e accogliere chi non ci cerca. Identità in Cristo, accoglienza degli altri sono un po’ i tratti di don Andrea.
Il cardinale Ruini, nell’omelia ai funerali, parlò di “una sana e matura inquietudine” di don Andrea. In cosa consisteva questa inquietudine?
Nel suo desiderio di conformarsi a Cristo che non si estingueva mai. C’era per don Andrea sempre qualcosa da fare in più su questa strada, piena dei nostri limiti e dei nostri difetti da superare. Per capire sempre più Cristo non aveva mai abbandonato lo studio della Bibbia, le letture, l’aggiornamento, i pellegrinaggi in Terra Santa. Questa era la sua inquietudine che lo ha portato ad una piena maturità. Ricordo quel 31 gennaio 2006, l’ultima volta che è partito da Roma per la Turchia: aveva una pienezza dentro, per me difficile da spiegare, quella pienezza frutto di questa ricerca di Cristo che, oggi, a distanza di tempo, penso che forse era arrivato il suo momento.
Può raccontare il grande amore di don Andrea per il Medio Oriente?
Il suo amore per il Medio Oriente, per la Terra Santa era lo stesso che provava per Gesù e per gli apostoli. Ripeteva spesso io vorrei unire alla fatica degli apostoli anche un po’ la mia. Andare sulle orme, nei luoghi dove Cristo e gli apostoli sono stati. Per questo organizzava dei piccoli pellegrinaggi affinché la gente, andando sul posto, potesse conoscere questi luoghi, anche quelli abitualmente fuori dai percorsi abituali dei pellegrini, praticando strade che congiungevano paese a paese, villaggio a villaggio e che Gesù aveva solcato con i suoi apostoli. Su questi sentieri ci leggeva i fatti biblici che in quei luoghi si erano svolti.
Che pensava, invece, dei conflitti che hanno segnato e segnano questa regione?
Per lui le guerre in Terra Santa sono segni del peccato. Questo si esprime attraverso l’odio, nella violenza. Ma era anche convinto che cristiani potessero dare il loro apporto per superare queste crisi. Riteneva la presenza dei cristiani in Medio Oriente fondamentale.
Avete subito perdonato il sicario di don Andrea…
Non abbiamo mai voluto seguire la vicenda giudiziaria e conoscerne gli sviluppi, mandanti e quant’altro. La nostra volontà iniziale, di non percorrere questa strada, è stata mantenuta. La percezione è che i turchi stessi avessero un po’ paura del dialogo che don Andrea ricercava. Don Andrea diceva che è la paura che arma i cuori e le mani. Volevamo che i turchi si riappacificassero anche attraverso la morte di don Andrea, riconosciuto come uomo buono e onesto, amante del dialogo fatto di fraternità e amicizia. E questa riconciliazione la si può raggiungere senza «pressare» sul versante giudiziario. La certezza è che questo sacrificio, che a volte può sembrare inutile, ma non è così, rivela l’opera di Dio che scrive la salvezza.
Ci sono novità dalla diocesi di Roma su un eventuale avvio del processo di beatificazione?
Sul processo di beatificazione bisognerà attendere i tempi canonici, di cinque anni. Prima del 2011 difficilmente ci si potrà pronunciare.
6 febbraio 2009