Educazione come accompagnamento

Intervista allo psicologo e psicoterapeuta Ermes Luparia sul rapporto tra scuola e famiglia, insegnanti e genitori: «Ritornare alle origini del progetto pedagogico sulla persona» di Graziella Melina

«Per tracciare una strategia buona, efficace, devo aver la chiarezza di ciò che c’è veramente in campo, altrimenti si fa solo ideologia». E la chiarezza, quando si parla del sistema formativo scolastico, per Ermes Luparia, psicologo e psicoterapeuta, sta tutta nella definizione del concetto di educazione. «Educare – ci tiene a spiegare subito – significa accompagnare nelle fasi educative, rispettandole, tenendo conto che c’è la centralità della persona. Che è inversamente proporzionale all’età evolutiva: più il bambino è piccolo più la sua centralità è forte».

Ma allora, dottor Luparia come bisogna fare per accompagnare i ragazzi? L’Associazione italiana genitori, per esempio, sostiene che ormai i genitori non possono fare a meno degli insegnanti e viceversa…
Oggi parliamo di agenzie educative e agenzie culturali. La famiglia è l’agenzia educativa per eccellenza, ma è anche un’agenzia culturale. La collisione si ha quando si vuole blindare l’agenzia culturale e quella educativa, oppure quando l’agenzia educativa per eccellenza, la famiglia, vuole delegare la scuola a fare quello che i genitori non possono fare.

Quindi come se ne esce?
La scuola deve educare il giovane con le metodologie proprie della scuola, in un rapporto interpersonale in cui la pedagogia dovrebbe essere il condimento, il sale, che poi ci si mette dentro, mentre la famiglia dovrebbe mirare molto di più ad un accompagnamento personale del proprio figlio, arricchendolo dal punto di vista anche culturale, attraverso uno scambio di stima reciproca.

Un accompagnamento non sempre bilanciato, visto che capita che alcuni genitori protestano se il proprio figlio prende un brutto voto. Come mai secondo lei?
Perché di fatto il genitore non sta facendo il genitore per una questione di tempo: oggi un genitore ha circa due ore al giorno per educare i propri figli.

Ma cosa c’entra questo col fatto che a scuola a volte li difendono a sproposito?
Perché i sensi di colpa dei genitori, nell’essere latitanti, li trasformano in nonni. E quindi automaticamente devono assolvere se stessi e assolvere i propri figli.

Stando così le cose, è difficile che si instauri un rapporto equilibrato con gli insegnanti.
Certo, perché si passa o alla delega totale, oppure all’invasività totale da parte dei genitori. In ogni caso, il giovane non è accompagnato, non è educato in casa e non lo è a scuola.

Ma come mai molti ragazzi oggi esprimono il proprio disagio ricorrendo alla violenza?
Non essendoci un accompagnamento, dal punto di vista dell’espressione, dell’emozione, dei bisogni dei sentimenti, vivono una povertà sentimentale. La stessa che esprimono in rapporto ai genitori immersi in un fare forsennato. E la violenza è il risultato della forte insicurezza, del trovarsi nel mondo con la libertà di poter fare quello che 50 anni fa nessuno poteva fare, con un’identità che ti viene calata addosso: di essere grandi quando invece sono piccoli e immaturi.

Calata addosso dai genitori?
Dalla società intera, occidentale soprattutto. In un contesto di forze contrastanti, devono millantare una sicurezza che non hanno. La violenza è una di queste espressioni di paura e di insicurezza.

Il professor Rusconi, vicepresidente dell’Associazione dirigenti e alte professionalità della scuola, ha lamentato il fatto che in Italia non abbiamo un servizio di psicologia scolastico effettivo. Secondo lei può essere utile?
Sì. Dovrebbe essere incrementato, ma nella misura in cui riesce a dare il segno della libertà in cui il giovane può esprimere il suo disagio.

Altro problema che ha sollevato, è la necessità di ricostruire il rispetto delle regole.
Le regole sono fondamentali, vanno costruite e armonizzate. Sono state demolite nel tempo, periodicamente, in maniera un po’ subliminale. I giovani hanno bisogno di regole, tanto che se le costruiscono al loro interno: anche quella della complicità tra bulli è una regola. Ma devono essere regole per la persona, regole e norme che armonizzano la comunità, che la rendono felice, sicura.

In generale, cosa si potrebbe fare per migliorare il sistema educativo nella scuola?
Finché noi avremo una visione economicista della persona, intesa come produttore-prodotto, otterremo questo: la scuola sarà sempre orientata ad una cultura precaria, dipendente. Non di libertà.

Quindi, a che cosa bisognerebbe puntare?
Chiamare al senso di responsabilità la famiglia e la scuola a riflettere su se stessa con grande senso di autocritica, altrimenti si cade in quella schizo-paranoia per cui gli insegnanti puntano il dito contro i genitori e viceversa. Tutti dovrebbero assumersi la responsabilità e ritornare alle origini del progetto pedagogico sulla persona. È ovvio che anche le istituzioni devono fare la loro parte. È una sinergia che deve partire in contemporanea.

5 ottobre 2010

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