Eraldo Affinati

Lo scrittore: il ruolo della letteratura nel messaggio del Papa per la Giornata delle comunicazioni
sociali di Andrea Monda

Leggi il messaggio del Papa
Media, educare alla «via della bellezza» di Angelo Zema

Benedetto XVI ha a cuore la bellezza, ha sempre avuto a cuore quella straordinaria “apologia” della fede cristiana che è la bellezza. «La dimostrazione più convincente della verità della fede cristiana – affermava nel 2002 l’allora cardinale Ratzinger – nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo del bello creato dalla fede». Con la solita acuta e paradossale intelligenza il cardinale osservava come «la bellezza ferisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo Destino ultimo». Si sente forte l’eco dell’amicizia con Urs von Balthasar, della lettura di Dostoevskij e della comune riflessione sulla «bellezza che salverà il mondo».

Anche Eraldo Affinati è un uomo “ferito” da Dostoevskij e da allora ha intrapreso, da scrittore, un cammino nelle profondità abissali dell’animo umano per trovare un senso, un’apertura alla speranza per l’uomo, anche l’uomo segnato dagli orrori del Novecento. A questo scrittore “battitore libero”, un po’ narratore, un po’ reporter, ma soprattutto insegnante, che proprio dal contatto con i giovani trova le risorse e la forza per scrivere, abbiamo chiesto un commento “a caldo” al messaggio del Papa in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. In cui il Santo Padre ha sottolineato «i vantaggi nell’introdurre i giovani ai classici della letteratura infantile, alle belle arti e alla musica nobile».

Quale sensazioni prova lei, insegnante e scrittore, nel sentire parlare il Papa di letteratura?
Non mi stupisco perché conosco e apprezzo da tempo la statura intellettuale di Benedetto XVI. In particolare ricordo il suo libro, ormai potremmo dire giovanile, “Introduzione al Cristianesimo”, come una delle letture per me fondamentali di riferimento non solo teologico. Nel caso specifico il messaggio del Santo Padre mi sembra oggi davvero decisivo per illuminare i nostri giovani, troppo spesso distratti da richiami effimeri, tesi a far deflagrare i loro desideri, senza controllo né alcuna sorveglianza. Gli adolescenti vivono esperienze frammentarie, spesso dimostrano di avere percezioni rapide ma a volte stentano nel mantenere costante la concentrazione. Niente come la lettura di un libro può aiutarli a conquistare una disciplina interiore.

È quindi questa l’importanza della letteratura?
La letteratura ci abitua alla riflessione, ci fa conoscere i nostri sentimenti, ci spinge a scegliere, a costruire i valori in cui crediamo. Ci trascina giù nel gorgo delle passioni umane in un concentrato esplosivo, ma ci sa indicare anche la via per “riveder le stelle”. Un romanzo, una poesia, un racconto, rafforzano la nostra esperienza, la fanno più ricca, più complessa, più profonda. Chi legge vede gli altri e se stesso con una lente d’ingrandimento: amplifica tutte le sue risonanze emotive, costruisce sistemi interpretativi nuovi, insomma vive intensamente.

Secondo lei, come si insegna la letteratura a scuola?
È un momento difficile perché i ragazzi leggono sempre meno a casa, quindi spesso avvertono la lettura scolastica come un peso, quasi fosse un compito uguale agli altri. Non dovrebbe essere così. Manzoni non è un’equazione matematica. Leopardi non è una formula chimica. Sono uomini capaci di dirci qualcosa di essenziale su noi stessi. La spinta a leggere, se non nasce dalla passione conoscitiva individuale, si trasforma in un obbligo. L’insegnante oggi deve superare un baratro per suscitare nell’adolescente il desiderio di leggere. Però io non sono pessimista. Nei miei frequenti viaggi nelle scuole italiane vedo tanti bravi professori che cercano in tutti i modi di coinvolgere i loro allievi nelle letture formative: a volte ci riescono, a volte no. Ma guai se perdessimo la speranza! È in gioco il futuro dei nostri figli.

Esistono ancora quelli che un tempo si definivano “libri per ragazzi”?
Sarebbe bello se un quindicenne leggesse ancora di propria iniziativa “L’isola del Tesoro” di Robert Louis Stevenson, “Pinocchio” di Collodi o “Il richiamo della foresta” di Jack London. Se esistesse, mi piacerebbe conoscerlo. Purtroppo accade sempre più di rado. Eppure nella mia esperienza di docente di lettere noto con piacere che, quando sottopongo questi testi ai miei alunni, la loro reazione è incoraggiante. Mi fanno l’impressione di spugne secche pronte ad assorbire l’acqua. Questo significa che i capolavori sono in grado di superare le frontiere del tempo e possono parlare a tutti. Peraltro non bisogna mai dimenticare che le letture fatte da adolescente s’incideranno in modo indelebile nel carattere, contribuendo a formare la nostra sensibilità. Sta anche qui la grande responsabilità della scuola di oggi.

Quali sono stati i suoi libri importanti da ragazzo?
A tredici, quattordici anni, erano quelli classici: “Il giro del mondo in ottanta giorni”, “Michele Strogoff”, “Ventimila leghe sotto i mari”. Poi all’improvviso arrivarono Hemingway, Tolstoj, Dostoevskij, Conrad. E tutto cambiò.

26 gennaio 2007

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