Fiorenza Deriu

In aumento le famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà: ne parla la demografa, presidente del Cif di Massimo Angeli

Con almeno tre figli, residenti al Sud, con un basso livello di istruzione e un capofamiglia disoccupato. È il ritratto della famiglia povera italiana tracciato dall’Istat. Detto in cifre, 2 milioni e 600 mila famiglie sotto la soglia di povertà relativa, oltre sette milioni e 500 mila persone che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. Un dato allarmante, perché ormai stabile da 5 anni e perché 900 mila di quelle famiglie sono in uno stato di povertà assoluta, vivendo con meno di 530 euro al mese. Di questo ed altro abbiamo parlato con la professoressa Fiorenza Deriu, ricercatrice presso il dipartimento di Scienze Demografiche de La Sapienza e presidente del Cif (Centro italiano femminile) di Roma.

Professoressa Deriu, i dati che ci arrivano da istituti di ricerca e associazioni di volontariato sono allarmanti. Ma la situazione è veramente così difficile?
Purtroppo sì. C’è una povertà strisciante che interessa non solo le famiglie sotto la soglia di povertà relativa, ma anche quelle che ne sono al di sopra. Famiglie che non si definiscono povere, ma che celano dietro un velo di dignità grosse difficoltà legate alla vita ordinaria, che hanno problemi nel fare la spesa e che, quando i loro figli escono per una pizza, cenano col caffellatte. Famiglie reali, che ci vivono accanto. La difficoltà nell’arrivare alla quarta o addirittura alla terza settimana non è una leggenda metropolitana ma una triste realtà.

Il Cnr dice che è povero un italiano su cinque, ma che si definisce povero uno su due. Perché la povertà percepita è più alta di quella oggettiva? Quali considerazioni subentrano?
La società italiana propone standard di vita molto superiori a quelli reali, e che quando non si raggiungono generano insoddisfazione. Ci propongono di continuo modelli vincenti, che possiedono beni di appartenenza, i cosiddetti status symbol, ed oggi che gli stipendi non hanno più il potere di acquisto di qualche anno fa, ci sentiamo inadeguati e poveri se non riusciamo ad averli anche noi. Anche la povertà percepita traduce, comunque, l’incertezza di questi anni.

Una delle novità degli ultimi anni è che mentre prima la povertà era concentrata tra i “senza lavoro”, oggi si è diffusa anche tra gli stessi lavoratori, i “working poor”. Colpa del contesto economico, della politica, dei sindacati che non riescono più a difendere i lavoratori?
Su questi temi la politica italiana ha fallito sotto molti punti di vista. Sono mancate le politiche redistributive per bilanciare le disuguaglianze, quelle di sostegno alla famiglie, le politiche per stabilizzare il lavoro. La flessibilità, da strumento per aiutare i giovani ad entrare nel mondo del lavoro, è divenuta un mezzo a disposizione delle imprese per avere lavoratori a basso costo. Sono poi mancate le politiche di controllo sui prezzi, perché è sotto l’occhio di tutti cosa è successo in Italia dopo l’abbandono della lira e il passaggio all’euro.

Proprio i giovani, che fino a non molto tempo fa erano considerati a basso rischio di povertà, oggi risentono fortemente della precarietà del mondo del lavoro e delle trasformazioni sociali …
E con grandissimi danni sociali. I giovani entrano tardi nel mondo del lavoro, sono costretti a sposarsi tardi e ad avere tardi il primo figlio, e questo genera grosse distorsioni demografiche. Sono giovani dagli orizzonti ristretti, cui non consentiamo di fare progetti a lungo termine. Che non possono neanche risparmiare perché il loro risparmio deve fronteggiare i periodi in cui sono fuori del mondo del lavoro.

Non è disarmante che molti poveri appartengano a categorie che non possono battere i pugni per farsi ascoltare? Anziani, senza fissa dimora, disabili…
Le dirò di più. Sono categorie che hanno anche difficoltà ad essere convocate ai tavoli delle trattative, categorie praticamente senza rappresentanza perché si pensa che siano persone che prendono ma che non danno. Dimenticando che molti di loro hanno già dato, che sono persone a cui sono state fatte promesse che sono state disattese. Che hanno contribuito anche 40 anni per avere una pensione, ma che con difficoltà ricevono piccoli adeguamenti. Un altro esempio sono i minori. Siccome non portano voti sono trascurati. E il peso della loro crescita grava quasi esclusivamente sulle famiglie.

Ma perché il tema dell’esclusione sociale non è in cima all’agenda politica italiana?
Non mi sento di dire che non si faccia nulla. Da alcuni anni è stata creata una Commissione nazionale sull’esclusione sociale, con compiti di analisi e proposte in materia di emarginazione e povertà. Il problema è complesso e difficile da risolvere, e per di più in una società come la nostra che cambia velocemente e che fa assumere alla povertà connotazioni sempre nuove.

Oggi sembra, però, che la lotta alla povertà sia diventata una guerra ai poveri. Che la questione sociale sia finita dentro il calderone della sicurezza. C’è qualche calcolo dietro?
Non so se ci siano dei calcoli, certo che molti fatti sono strumentalizzati per nascondere delle manchevolezze. La lotta alla povertà è una situazione che attiene alla convivenza civile.

Tra le misure proposte si è parlato di un riequilibrio della spesa sociale (oggi sbilanciata a favore delle pensioni e del tfr), di un reddito minimo vitale, di dare uguali opportunità di occupazione, di lotta all’evasione fiscale e di riduzione del debito pubblico. Mille ipotesi per dire che non si sa da dove cominciare?
No, perché il problema è complesso e va affrontato sotto diverse angolazioni. Una cosa di cui si parla poco è, invece, la formazione continua, quella che all’estero chiamano “Long life learning”. In Italia dopo i 40 ani la formazione della popolazione si blocca, mentre è un elemento cruciale affinché una persona possa riqualificarsi, riproporsi nel mercato del lavoro ed evitare una deriva sociale. Una cosa di cui si sente grande bisogno sono, poi, politiche sociali di lungo respiro. Per molto tempo non si sono avute perché i governi duravano troppo poco, adesso perché chi viene dopo invalida ciò che ha fatto quello che c’era prima. Ogni parte politica presenta un approccio distinto da quello dell’altra parte, mentre bisognerebbe mettersi d’accordo su questioni specifiche e affrontarle per il tempo necessario.

Allargando il discorso, la Focsiv, incontrando il Papa, ha sottolineato che avremmo risorse, tecnologie e capacità per vincere la povertà nel mondo. Non è che abbiamo bisogno che i poveri continuino ad esser tali?
In un certo senso sì. Che non ci sia una reale volontà di farla finita con la povertà credo sia vero. C’è una volontà di tenere sotto scacco parte della popolazione mondiale. Si sopportano governi corrotti per questioni di potere, per evitare che raggiungano una reale indipendenza, e così continuargli a vendere i nostri beni e tenerli ancora sotto debito.

14 dicembre 2007

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