Fotografo non vedente espone al Museo di Roma

“Il buio è uno spazio” è il titolo della mostra di Evgen Bavčar, cieco dall’età di 12 anni. Nell’intervista esclusiva a Romasette.it sottolinea che le sue immagini «esistono in una misteriosa trascendenza» di Francesca Romana Cicero

Il Museo di Roma in Trastevere ospita, fino al 25 marzo, la mostra “Il buio è uno spazio” (piazza Sant’Egidio 1B, martedì- domenica 10-20, biglietto intero € 6,50, ridotto € 5,50), selezione di immagini del fotografo sloveno Evgen Bavčar (1946). Laureato alla Sorbona in Filosofia estetica, ricercatore del Centro nazionale per la ricerca scientifica (CRNS) francese, scrittore, poeta, conferenziere internazionale (parla correntemente cinque lingue) e conduttore radiofonico, Bavčar è tra i più apprezzati fotografi in Europa e nel mondo. Ciò che sorprende nel suo brillante curriculum è scoprire che è cieco dall’età di 12 anni. “Le fotografie esistono per voi”, dice. Dichiarazione che provoca un sottile turbamento misto a commozione per il dono ricevuto. Da qui inizia il nostro colloquio con un artista che raramente concede interviste.

Da dove nasce il suo desiderio di servirsi della fotografia, il cosiddetto terzo occhio, per esprimere la sua sensibilità artistica ed umana, evidente in ogni sua immagine?
È vero che le mie fotografie esistono in una misteriosa trascendenza perché, anche se nascono nel mio profondo interiore, in maniera fisica sono viste solamente dagli altri. Io le vedo come oggetto del mio terzo occhio, quindi come immagini di sogni ad occhi aperti. Non vedo gli angeli, ma cerco di fotografarli. Nel momento in cui riesco a fotografare un angelo, anche se si tratta di un’immagine creata, l’angelo mi guarda, quindi a mia volta anch’io lo guardo. Se la gente pensa che le mie foto non mi appartengano, ciò non è giusto; ma in ogni caso devo dire che le possiedo in una maniera differente, altra: nello stesso modo in cui si può dire di possedere il tempo che corre, la vita che passa, etc. Per questo preferisco dire che sono in “compagnia segreta” delle mie fotografie, partite dal mio spirito e venute al mondo per essere viste dagli altri. Certamente anch’io le vedrò un giorno, ma in maniera fisica, per il momento, le do a vedere agli altri, in una forma di “amore comunicativo”.

La fotografia è per Lei una sorta di proiezione-prolungamento del pensiero nello spazio?
La mia fotografia vive nello spazio, quindi lo pensa in una maniera materiale, proprio perché è nata nel buio, in questo grande spazio tridimensionale. Questo stesso spazio è la culla, la più prossima e la più
interiore del nostro infinito corporeo: dato che non possiamo vedere noi stessi con i nostri occhi, cerchiamo sempre di immaginarci la parte visibile del nostro corpo.

La mostra s’intitola “Il buio e lo spazio”. Cos’è il buio, e cos’è lo spazio?
Il buio è il mio spazio e il corpo è il punto zero dello spazio. Senza corpo non potrei immaginarmi lo spazio, quello che è fuori, ovunque e non solamente davanti a me. Il buio è per me lo spazio che non è vuoto, perché anch’io mi posso muovere in questo regno dell’infinito dove vivono anche le luci, le stelle e la notte, forse solamente quando dormono tutti gli altri. Esiste una solitudine particolare per i ciechi, perché questo spazio buio diventa un’impossibilità reale, che fa sì che non vi sia alcuna illusione di poter giungere ai suoi limiti.

Il buio proviene anche dalle nefandezze dell’uomo, dall’orrore che provoca orrore. In esposizione è presente una “fotografia nella fotografia” che ritrae un dormitorio in un campo di sterminio. Come mai ha incluso questo riferimento preciso alla Storia in una selezione espositiva complessivamente più onirica?
Per capire questo buio nefasto mi sono recato nel campo di sterminio di Struthof, descritto nel romanzo di Boris Pahor Necropolis. Sono felice di aver potuto suscitare la pubblicazione di questo libro in francese, volevo anche conoscere da vicino questo luogo dove si è avverato il più grande buio del XX secolo. Furono tanti i connazionali sloveni che partirono in questo abisso senza fine. Poiché sono anch’io vittima della guerra, ho sentito con il grande scrittore triestino di espressione slovena una profonda complicità, perché il mio buio fisico è una, seppur piccola, parte di questo buio che la seconda guerra mondiale ha dato a noi. Ho scattato tutta una serie di fotografie in questo campo e l’ho donata al Centro Europeo del Resistente Deportato, che ha sede nello stesso campo. Avrei voluto anche realizzare un film su Boris Pahor, ma ho dovuto pagare questa idea con un’umiliazione durata sei anni davanti a un tribunale sloveno. Non sono stato condannato, ma le tenebre mi hanno raggiunto in questo caso anche attraverso l’aggressività umana.

Non potevano mancare fotografie tratte dal paesaggio sloveno: quanto la sua terra e la sua cultura hanno influenzato il lavoro?
La Slovenia è l’unico Paese che ho visto ed è diventato per me uno specchio universale per tutti i luoghi nel mondo. Se voglio immaginarmi le chiese, San Pietro a Roma, Notre Dame de Paris, etc., devo crearle con l’aiuto dell’immagine della chiesa nel mio piccolo paese natale. Se dipingo la bocca
rossa di una francese, brasiliana o italiana, utilizzo il rossetto che avevano le donne nel mio paese. Se voglio mettere l’azzurro su Parigi, devo prendere il blu delle palette di cielo della mia valle natale.

Rumori, suoni, profumi, ricordi e tatto sono il “filtro” di immagini, le cui serie hanno titoli poetici: “Carezze di luce”, “Sguardo ravvicinato”, “Vista tattile”… Quale serie Le è più cara?
È’ una domanda difficile, perché spero sempre di avere nuovi amori, delle serie che non sono ancora nate, nello stesso modo in cui noi tutti dobbiamo sempre essere pronti ad amare i visi dei bambini che non sono ancora venuti al mondo. Sto quindi aspettando a cuore aperto, perché la mia infanzia, le mie carezze di luce, sono forse modeste e timide, ma vogliono credere all’amore universale, all’amore cosmico.

Le fotografie tratte da “Carezze di luce” sono leggere: la luce si ferma impalpabile sui corpi femminili disegnandone forme e contorni. La donna è sempre ritratta come una tenera cerbiatta…
La donna rappresenta per me un infinito. Se non ci sono altre soluzioni, qualche volta è meglio accarezzare una bellezza con la luce, anche se poi si è puniti per questo, perché in realtà anche le mie mani portano una luce a bassa intensità: 36° di temperatura! La donna è per me il buio più fragile, che può essere avvicinato solamente con la fragilità totale di una luce portata da uno che non guarda fisicamente. Forse le carezze della luce risvegliano in me ricordi del sole, come se volessi portare nella notte il ricordo di questa stella, la più vicina, e anche per suscitare in me il ricordo dei tempi in cui il sole si alzava e scendeva ogni giorno. Cerco di mettere sempre le donne su di un altare, come divinità glorificate nella mia piccola cappella personale.

In alcune fotografie è possibile confondere gli uccelli con le stelle: le ali sono spiegate, perfetti nella loro bellezza, luminosi perché illuminati, mai isolati. Sia che si tratti di stelle sia di uccelli sembrano ritagliati da mani di bambino tanto comunicano serenità e luce. Quale il significato di questi elementi?
La sua domanda mi emoziona molto. Devo dire che sogno le stelle, perché vivo sulla Terra che è la stella più vicina. Una volta sono andato alle solfatare di Napoli e, avvertendo l’effetto termico della terra, ho sentito che questa stella blu non è morta ancora, ma continua a bruciare nell’amore cosmico, non volendo dimenticare che al suo interno essa è simile al Sole. Plotino diceva: “Se l’occhio umano non avesse qualcosa del Sole, non potrebbe vedere il Sole”. La nostra anima brucia come la Terra e, come il nostro pianeta, non deve mai dimenticare quei grandi fuochi stellari della sua infanzia. Le mie rondini non volano più nella mia valle natale, anche se so che tornano ad ogni primavera. Adesso le faccio volare nelle mie fotografie, non volendo dimenticare questa luce salvatrice, questo istinto dell’azzurro e questa grande nostalgia del ritorno. Le rondini mi hanno portato, quando le guardavo da bambino, informazioni su paesi che non vedrò mai, ma che loro hanno sorvolato, come per esempio la mia cara Napoli.

L’esposizione si conclude con l’immagine di una nascita (peraltro una delle poche fotografie a colori).
Con queste fotografie volevo rendere omaggio a Louis Braille, inventore della scrittura che ha portato tante luci interiori ai ciechi del mondo intero. Mi sono rattristato perché la Francia ufficiale non ha
sufficientemente accentuato il bicentenario, nel 2009, di questa grande nascita. Anche se uno non vede i colori, li può leggere con piccoli sguardi ravvicinati attraverso le punte delle sue dita. Inoltre, attraverso le parole e la poesia, può anche guardare con occhi invisibili i più bei visi e quei corpi i cui segreti possiedono soltanto i poeti. Con le mie fotografie volevo andare all’origine di un’invenzione che ha liberato i ciechi dall’analfabetismo e l’ho fatto con tutto il mio amore, anche se riconosco
di essere io stesso, in apparenza, un analfabeta dell’immagine. Dobbiamo essere coscienti che i grandi analfabeti -Omero, Tamiris, Milton- hanno dato molto all’umanità, e Lacan dichiarerebbe il vero con la sua frase: “Amare significa dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole”. Per quanto mi riguarda, mi permetto di dare qualche immagine e sono felice della complicità di coloro che me le descrivono.

7 febbraio 2012

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