Francesco Paolo Casavola

L’ex presidente della Corte Costituzionale riflette sull’attualità della Costituzione a 60 anni dalla stesura di Francesco Lalli

Sessanta. Tanti sono gli anni della Costituzione, un periodo di tempo che ha visto l’Italia cambiare profondamente. In occasione di questo significativo compleanno, e sull’onda del dibattito se valga o no la pena mettere mano al testo della Carta costituzionale per renderla più moderna, romasette.it ha sentito l’opinione di Francesco Paolo Casavola, attuale Presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, ed ex Presidente della Corte Costituzionale.

Professore, la nostra Costituzione dimostra i 60 anni che ha? Si tratta davvero di cancellare qualche ruga oppure occorre, almeno per quanto riguarda la seconda parte di essa, una ristrutturazione fondamentale?
No, escluderei senz’altro un lifting completo, anche se di rughe ce ne sono, alcune delle quali solo superficiali altre più profonde. La parte relativa ai principi fondamentali, per esempio, è straordinariamente attuale ed è riconosciuta anche all’estero come una delle migliori costituzioni al mondo, inoltre si tratta di principi che hanno accompagnato i processi di modernizzazione della società italiana. Su questi credo che non bisogna intervenire neppure a livello letterale. La seconda parte, incentrata sui rapporti di carattere etico, politico e sociale, invece è forse quella più “invecchiata”, ma per rimetterci le mani basterebbe riprendere con coerenza e competenza le fila di un processo storico interrotto.

Ovvero?
Vede, nella storia della nostra Costituzione c’è un paradosso. Il testo finale con il passare del tempo non avrebbe dato luogo a queste “rughe”, se i lavori delle sottocommissioni, che sotto molti aspetti all’epoca della costituente avevano delineato opzioni anche più moderne rispetto a quelle della costituente, fossero stati tradotti in principi.

Ad esempio?
Basti pensare al bicameralismo. Allora l’orientamento delle sinistre era per un Parlamento monocamerale e non bicamerale, proprio perché quest’ultimo era un relitto del sistema monarchico basato su una camera alta e una bassa, ma questo principio non passò in virtù della preoccupazione che nascesse un governo assembleare, ovvero espressione di un’unica camera politica. Se oggi si dovesse pensare a una riforma seria, credo che bisognerebbe partire da questa valutazione storica. Al contrario, invece di eliminare il Senato, si parla di un “Senato delle regioni” o di un “Senato federale”. Espressioni frutto di un’alchimia politica piuttosto sterile. Un Senato federale ha senso negli Stati Uniti, dove Stati sovrani si sono riuniti sotto un’unica bandiera. Allo stesso modo l’ampiezza legislativa delle regioni, oggi, è tale da rendere del tutto inutile un Senato delle regioni. Basterebbe allora costituzionalizzare la Conferenza Stato-regioni.

Il referendum del giugno del 2006 non passò. Poca voglia di cambiare da parte degli italiani oppure paura di non avere una classe politica all’altezza?
Concorrono entrambi gli elementi, la voglia di fare bene le riforme nel nostro Paese non c’è mai stata, ma ciò che manca è una classe dirigente che abbia una cultura costituzionale-politica all’altezza del cambiamento e si tratta di una lacuna che non si può colmare attingendo a modelli stranieri; perché le costituzioni rispecchiano l’identità e la storia di una nazione.

Lei non crede che l’affermarsi in questi ultimi anni di una politica agita direttamente dai cittadini rispetto ad una politica delegata a governanti eletti, può essere in qualche modo la causa di un’impressione di “anzianità” della Costituzione, testo che non prevede per nulla uno Stato leggero o “minimale”?
L’ampliamento della partecipazione diretta è senza dubbio un problema da affrontare. Occorre introdurre gli strumenti dei referendum propositivi e consultivi, altrimenti si rischia questa specie di democrazia a corrente alternata a cui assistiamo oggi. Poi c’è il problema della rappresentanza elettorale delle formazioni sociali. Una questione che all’epoca della costituente fu avvertita in particolare dall’area cattolica, ma rimase lettera morta perché si temeva un ritorno al corporativismo d’epoca fascista, che invece era tutt’altra cosa. Tutto ciò, fermo restando che il processo legislativo deve rimanere alla camera legislativa, dove è bene che confluiscano le grandi opinioni politiche largamente condivise.

Ma come si può conciliare il pragmatismo politico attuale, ripiegato quasi per intero sulla gestione dell’esistente, con un impegno alla costruzione sociale, cioè ad un progetto globale di società e d’istituzioni?
Occorre molta forza utopica. Però se queste idee si sedimentano, si fanno strada con grande sincerità e passione, allora è difficile contrastarle. È quello che sta accadendo ora negli Stati Uniti dove il desiderio di cambiamento è alimentato dall’elettorato. Perché noi italiani dobbiamo sempre essere scettici o paurosi?

L’ideale personalista della Carta tocca aspetti fondamentali quali la famiglia ma anche l’associazionismo. Il rischio di un relativismo giuridico sembra sempre alla porta. Come si possono tutelare tali aspetti in un contesto molto diverso rispetto a quello in cui la Costituzione fu partorita?
Oggi esiste un marcato pluralismo di posizioni sui valori, questo è senz’altro vero. L’unica strada, credo, sia quella di trovare interpretazioni evolutive di essi senza che queste si cristallizzino in forme precettistiche. La Costituzione è la carta su cui scriviamo quello che desideriamo diventare, questo va sempre tenuto in considerazione.

Per ultimo il tema della giustizia sociale, un bene che oggi sembra essere messo un poco in disparte, quasi non esistano più problemi che esigano l’affermazione di questo concetto…
È vero, la nostra Costituzione insiste molto su questo punto, tanto che su di esso si concentrano critiche che lo dipingono come un frutto delle forze vetero marxiste della costituente. Si tratta di una lettura sbagliata dei fatti storici. La costruzione dello stato sociale va compresa in archi temporali molto lunghi, al contrario assistiamo a politiche di welfare state di corto respiro e portate allo spreco. Se si vuole intervenire sulla giustizia sociale bisogna sciogliere il nodo di come rendere compatibile l’inevitabile disuguaglianza che in ogni società esiste con la libertà degli individui di promuovere sé stessi, per guadagnare condizioni professionali, sociali, relazionali, più avanzate. Questo non significa allineare tutti su uno stesso nastro di partenza a prescindere dai talenti. La nostra Costituzione è molto rispettosa delle capacità individuali. Al contrario: significa creare condizioni di pari opportunità e una dinamica di non esclusione, per nessuno.

11 gennaio 2008

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