Gilbert K. Chesterton, la fede come allegria

di Andrea Monda

Da cinque anni, cioè da quando sono scaduti i diritti (il mercato editoriale è pur sempre un mercato), si assiste al ritorno in libreria di molte opere del grande Gilbert Keith Chesterton, morto 75 anni fa, nel 1936. Non solo ritorno ma anche qualche new entry, sono infatti molte le novità inedite che in questi ultimi anni sono apparse in Italia, e anche il 2011 confermerà la tendenza: in particolare spicca il romanzo “Il ritorno di Don Chisciotte”, merito della casa editrice Morganti (che allo scrittore inglese ha dedicato un’intera collana) e poi due saggi del Chesterton polemista: “Il profilo della ragionevolezza. Distributismo, sussidiarietà, solidarietà” (Lindau) e “Cosa c’è sbagliato nel mondo?”, pubblicato sia dalla Lindau sia, in forma di e-book, dalla Rubbettino.

Com’è noto Chesterton è stato oltre che grande romanziere (a lui si deve la creazione dell’immortale personaggio di Padre Brown, il prete-detective immortalato nella televisione italiana da Renato Rascel), anche un impareggiabile apologeta del cattolicesimo, fede che effettivamente ha abbracciato solo in tarda età nel 1922. Sin dalla gioventù il suo genio multiforme (fu poeta, pittore, drammaturgo, storico, biografo, giallista, umorista..) fu però attratto dalla dimensione religiosa della vita, dal fatto cioè che, per dirla con le parole di uno scrittore, Henry Miller, lontanissimo dal romanziere inglese: “In ciò che vediamo, c’è più di quello che riusciamo a vedere solo con gli occhi?”. E la risposta è sempre sì”. La visione è uno dei grandi temi chestertoniani, consapevole che per vedere l’uomo ha bisogno innanzitutto del limite per cui, afferma con il gusto tipico del paradosso, la cosa più commovente e preziosa di un quadro è la cornice.

Lo spirito di Chesterton è grande, animato da enormi interrogativi, ma il suo cuore e il suo sguardo contemplativo si rivolgono verso il piccolo, il concreto, il semplice. La sua è poesia – sia quando scrive romanzi, poesie, saggi o racconti gialli – molto inglese (“piccolo è bello”) e molto cattolica, cioè “incarnata”. Da questo punto di vista la recentissima raccolta di raccontini e aneddoti “La nonna del drago e altre serissime storie” (pubblicata dalla Leardini editrice) getta una luce illuminante sul segreto dell’intera opera dello scrittore londinese.

Come ha colto J.L.Borges, in Chesterton si ritrova un sano mix di Stevenson e Whitman, cioè dell’avventura e della contemplazione del mondo visto come primigenia meraviglia.
Per Chesterton la vita stessa è il più grande dei miracoli: “Questo fu il mio primo problema,” afferma nella sua Autobiografia “quello di indurre gli uomini a capire la meraviglia e lo splendore dell’essere vivi”. E uno dei suoi romanzi migliori è “Manalive”, “Le avventure di un uomo vivo”. Il più grande compito dell’uomo è quindi anche il più semplice, quello più a portata di mano, si tratta della sfida quotidiana e romanticissima, minuta e sublime, dell’amore: “Amare è amare ciò che non amabile” dice Chesterton, “altrimenti non è affatto una virtù”.

Con la sua opera varia e versatile, il creatore di Padre Brown ricorda al lettore di oggi che la meraviglia, sentimento che conduce alla felicità e alla gratitudine, è anche un elemento fondamentale della letteratura. Come la filosofia, anche la poesia nasce infatti dal taumàzein, dalla meraviglia e non è un caso che i primi filosofi fossero anche poeti così come, a suo modo, anche Chesterton è un poeta-filosofo al punto che la sua lettura dei suoi libri, a volte, può rivelarsi difficile e farraginosa, anche se non c’è pagina che non contenga un colpo d’ala, un’impennata lirica, una soave, vitale e lieve allegria.

Il punto è che Chesterton ha intuito che il segreto della vita risiede nella virtù più nascosta, l’umiltà, sorella maggiore dell’umorismo. Entrambi discendono dalla terra (humus), e se l’uomo si mantiene fedele e se stesso (Adamo, cioè “terroso”) può scoprire la tremenda potenza della gioia. Essere radicati alla terra è innanzitutto un atto di fede, di fiducia nella creazione e quindi nel Creatore, come scrive nella splendida biografia dedicata a San Tommaso d’Aquino (il suo santo “preferito” insieme a Francesco d’Assisi), Dio “non può fare cattive cose; queste rimangono come nel primo giorno della creazione. L’opera del cielo fu materiale, la costruzione di un mondo materiale. L’opera dell’inferno è interamente spirituale”.

Nemico della fede cristiana (e anche della buona letteratura) è lo spiritualismo, l’ideologia più insidiosa. Ogni eresia è spiritualista per Chesterton che realizzerà il suo capolavoro con il saggio “Ortodossia” del 1908, un libro profondo come i migliori testi dei grandi filosofi e felice come un romanzo, perchè scritto con la seria allegria con cui giocano i bambini, gli unici capaci di entrare nella vita vera, quella che più grande che attende ogni uomo al termine del viaggio terrestre.

26 gennaio 2011

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