Giuseppe Ferrazza

Dalle riforme del sistema spettacolo ai valori nelle rappresentazioni: colloquio con il presidente dell’Ente teatrale italiano di Toni Colotta

Nel teatro fa difetto la spiritualità e il senso religioso del bene perché gli autori vanno sempre alla ricerca di ciò che nella società rappresenta il male. È un punto di vista non certo molto diffuso in questi tempi di galoppante secolarismo, ma sorprende sentirlo espresso, come uno sfogo, da un’alta personalità della vita pubblica, Giuseppe Ferrazza, che presiede da un anno l’Ente Teatrale Italiano. Lo sottolinea rispondendo alle domande di Roma sette.it sul momento difficile che vive il mondo del teatro. A cominciare dalla struttura legislativa che lo regola, su cui si appuntano le lamentele più forti.

Ferrazza, da ogni parte si invocano riforme. Anche dai palcoscenici?
Il sistema dello spettacolo dal vivo in Italia va riformato radicalmente. Così com’è, con le provvidenze economiche si regalano privilegi e si rafforzano le posizioni dominanti di alcuni a danno di tutti gli altri. Il mercato in questo settore è quanto mai asfittico perché dominano centri di potere sia produttivi che distributivi. E questo in tutto il teatro, di prosa e di musica, compresa la danza. Risultato: soprattutto per la prosa si vedono gli stessi prodotti negli stessi teatri. E i calendari delle stagioni sono costruiti non in base a scelte artistiche ma a logiche di rapporti di forza.

E che ne è dell’interesse pubblico per il quale fiorirono tanti Teatri Stabili?
Ormai sono in pochissimi a preoccuparsene. Anche questo meccanismo va rivisto, come quello dei cosiddetti teatri di innovazione, su cui si addensano gli equivoci, confondendo innovazione con avanguardia e sperimentalismo. E pretendendo comunque contributi sonanti, per poi gridare allo scandalo per i tagli alle sovvenzioni pubbliche, e accusare lo Stato di volere lo strangolamento dell’attività. Ma dico di più. E’ lo stesso concetto di teatro ad essere inquinato dagli equivoci.

Vuole dire che non ci intendiamo più quando parliamo di teatro?
E’ un altro grande problema. Chiediamoci: tutto quello che si fa sul palcoscenico è teatro? E tutto il “teatro” è proprio cultura? Al punto in cui siamo la confusione è massima. Sul palcoscenico salgono i circensi, o i narratori e i poeti per leggere se stessi. Anch’essi sono teatro? O la discriminante è la messinscena di una drammaturgia? Lo Stato o l’ente locale, prima ancora di erogare sovvenzioni avrebbero l’obbligo di chiarire tutto questo, ma non lo fanno. Io penso che in materia di teatro l’intervento pubblico deve andare a soggetti ben definiti. Agli altri si destinino agevolazioni diverse. Del resto Roma è l’esempio più lampante dell’equivoco: negli spazi scenici vediamo di tutto.

Ma comunque le ultime cifre di affluenza del pubblico fornite dalla Siae attestano una crescita sostanziosa del pubblico teatrale.
Ed io contesto il dato, che tiene conto delle presenze ottenute da Fiorello o Beppe Grillo, per fare due esempi di spettacoli che hanno forte “appeal” sulla massa, indipendentemente dai contenuti. A me risulta che per l’Argentina e l’Eliseo non c’è stato incremento di incassi, e che alla resa dei conti l’affluenza a teatro è calata. Ma c’è un aspetto più preoccupante: è scarso il pubblico giovanile (come avviene per la musica classica). E in questo grosse responsabilità ricadono sulla scuola che non indirizza gli studenti, a parte la buona volontà di questo o quel docente che costituiscono l’eccezione. In un teatro dell’Eti, il Valle, sono andati in scena consecutivamente una commedia di Gozzi e una di Goldoni, che a un insegnante offrivano ottimo spunto, portandovi i ragazzi, per approfondire il rapporto fra i due rivali veneziani del ‘700 italiano, meglio di qualsiasi manuale di letteratura. Ma abbiamo incontrato il completo disinteresse delle scuole.

Non sarà che la televisione ormai, fuori delle aule scolastiche, polarizza l’interesse delle ultime generazioni?
Proprio così. Il caso di Fiorello e Grillo e altri analoghi dimostrano che i ragazzi vanno a teatro per vedere la televisione dal vivo. E se si considera che la tv non fa nulla per promuovere il teatro, se non una trasmissione di Marzullo che va in onda a notte fonda, il cerchio si chiude. Oramai nella programmazione televisiva l’Auditel è sovrano.

Torniamo al suo “regno”, l’Ente Teatrale Italiano. Cosa può fare per un assetto diverso dello spettacolo?
L’Eti ente pubblico, ha il ruolo di promuovere il teatro in Italia. Non erogando sovvenzioni, che spettano, come ho detto, allo Stato e alle amministrazioni locali. Ed è con queste che manteniamo rapporti stretti, stipulando con le Regioni progetti nei relativi territori. Ma l’ente, per meglio operare, dovrebbe liberarsi dal compito di gestire teatri (a Roma, il Quirino e il Valle, ndr), come oggi è costretto a fare.

Ma intanto l’Eti non ignora i valori profondi. Tre anni fa ha curato la pubblicazione di un elegante volume su “Il Teatro Rapsodico di Karol Wojtyla” nel venticinquennale del suo pontificato.
Il merito è dei miei predecessori alla presidenza. Ci fu chi disse allora che l’Eti aveva eletto il Papa a suo protettore. Osservai che una così alta protezione sarebbe occorsa al teatro nel suo complesso, un po’ troppo ateo, per farlo avvicinare ai valori cristiani.

Lo pensa ancora?
Il mondo teatrale dovrebbe essere un po’ meno materialista. Il problema sono gli autori, che affrontano temi nonproprio spirituali. Perché mai non rappresentare il buono e il bello? E per quanto riguarda il sacro, nel campo del sociale ci sono figure di grandi sacerdoti decisivi, con il loro impegno, per il progresso integrale dell’uomo.

3 novembre 2006

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