“Gorbaciof”, ritratto bruciante e poetico

Nelle sale arriva il film di Stefano Incerti, proposto alla Mostra del cinema di Venezia nel “fuori concorso”, con Toni Servillo protagonista di Massimo Giraldi

In sala arriva un film italiano proposto alla recente Mostra del cinema di Venezia, nel «fuori concorso», una sezione a dire il vero alquanto eterogenea, fatta di titoli non entrati nel concorso e altri che al concorso non avevano voluto partecipare. Si tratta di “Gorbaciof”, diretto da Stefano Incerti.

Siamo a Napoli, oggi. Marino Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una vistosa voglia sulla fronte, è il contabile del carcere di Poggioreale. Uomo schivo e silenzioso, Pacileo ha una sola passione: il gioco d’azzardo. Le partite si svolgono nel retrobottega di un ristorante cinese. Quando scopre che il padre di Lila, la giovane figlia del proprietario della quale è innamorato, non può coprire la somma appena persa, Pacileo sottrae i soldi alla cassa del carcere e li dà alla ragazza. Da quel momento però, tra partire sbagliate, richieste di aiuto e riscossione di tangenti, l’uomo entra in una spirale dalla quale diventa sempre più difficile uscire.

Stefano Incerti è nato a Napoli nel 1945. Prima di questo ha diretto altri cinque lungometraggi, alcuni ambientati nella città partenopea in modi il più possibile antitradizionali. Gorbaciof è uno di quei personaggi che restano a lungo nella memoria. Non parla quasi mai, e la prima parola la pronuncia dopo una ventina di minuti. Scontroso e rude, un po’ misantropo, Pacileo affronta ogni giorno una marginalità densa e compatta, il peso di doversi rivolgere agli altri quando vorrebbe non aver bisogno di nessuno.

È utile sentire il regista: «Nella fase di preparazione, mi rendevo conto di poter spingere il copione in una dimensione per niente italiana, più vicina a certo cinema asiatico o dell’Est Europa. Un cinema possibilmente lirico che, partendo dal racconto di una solitudine metropolitana, si innalzasse a piccolo apologo, racconto morale e comunque il più possibile metaforico. Non quindi un film realista (…), non dalla matrice sociologica o paradocumentaria ma un racconto per immagini di una vita piccola (…)».

Il percorso del protagonista è seguito insieme con distacco e affetto: quelli che si portano per chi ha qualcosa dentro che ti fa compiere cose brutte mentre la tua volontà sarebbe quella di amare e essere amato. L’affetto è per un predestinato, per il quale la fuga verso un’altra vita pulita e la voglia di riscattare gli errori fin lì commessi non potrà realizzarsi. Il distacco è quello del regista, che evita la trappola della facile commozione o di certa retorica sulla malavita, a vantaggio di un film secco e asciutto, affidato alle espressioni più che alle parole, alla mimica straniata di Toni Servillo e alla sua doppia disperazione, fuggire e farsi capire da Liù, la cinese che non parla italiano e che pure ha deciso di seguirlo. Insolito anche nella durata: 85 minuti di una cronaca bruciante e poetica, un ritratto sofferto che non si dimentica.

18 ottobre 2010

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