Guai a confondere desistenza terapeutica con eutanasia

Massimo Antonelli, direttore del Centro di rianimazione e terapia intensiva del Gemelli, ricorda la filosofia dell’ospedale del Papa: «Noi non abbandoniamo mai i malati» di Michela Nicolais (Agenzia Sir)

In medicina, l’esattezza terminologica è essenziale. Più che in altri campi, perché in gioco ci sono le vite dei pazienti, le loro aspettative di guarigione. L’alternativa, e l’abisso esistenziale che ne consegue, tra speranza e rassegnazione. Parole da maneggiare con cura, e non da utilizzare come sterile esercizio linguistico o, peggio, come arma contundente, “cavallo di Troia” per tesi ideologicamente precostituite a tavolino e fatte passare come opinione della maggioranza. Se poi in questione c’è quella fase estremamente delicata, e piena di sfumature da persona a persona, come il “fine vita”, le conseguenze rischiano di essere disastrose.

È accaduto, in questi giorni, con un articolo apparso su un quotidiano nazionale il cui titolo – a caratteri cubitali – suonava così: “I miei pazienti sono lasciati liberi di morire”. L’intervista era al professor Mario Sabatelli, responsabile del Centro Sla del Policlinico Gemelli. Per cercare di fare chiarezza e restituire i fatti alla loro verità il Sir ha intervistato in esclusiva Massimo Antonelli, direttore del Centro di rianimazione e terapia intensiva del Policlinico Gemelli e direttore del Centro di Ateneo per la vita. Che difende l’integrità professionale e umana del collega cominciando dalla differenza, sostanziale, tra due termini: eutanasia e “desistenza terapeutica”. E ricorda la “filosofia” del Gemelli, che Giovanni Paolo II amava definire il “Vaticano terzo”: mai abbandonare, neppure per un momento e in nessuna fase della malattia, i propri pazienti.

Professor Antonelli, al Gemelli ci sono “pazienti lasciati liberi di morire”?
Assolutamente no: noi non abbandoniamo mai i malati, neanche nella delicatissima fase terminale della vita, in cui accompagniamo i pazienti, valutando la loro singola situazione caso per caso, anche con le cure palliative, quando non rispondono più ad alcuna sollecitazione terapeutica. A testimoniarlo, del resto, è lo stesso collega che è stato intervistato, che si dedica con passione e dedizione ai suoi pazienti: quello che più gli preme è la cura della sofferenza e il rispetto della dignità del malato.

Cosa c’è, secondo lei, dietro articoli di stampa così distorti?
In questo caso, c’è un fraintendimento riguardo al termine eutanasia. Si abusa, cioè, in modo sciatto e inappropriato del termine eutanasia confondendola con un concetto che è precisamente in linea con il Codice deontologico dei medici e con i principi fondamentali della Chiesa cattolica: la desistenza terapeutica.

Rispettare questa “differenza” è essenziale, sia per il medico sia per il malato…
Indipendentemente dal malato che mi trovo di fronte, se il paziente è in condizioni di terminalità e i supporti vitali sono di fatto cure sproporzionate, ho il dovere umano e morale di rispettare la dignità del malato e di operare una desistenza terapeutica, dando cure appropriate come quelle palliative. Questo non significa sospendere i trattamenti essenziali: nelle situazioni più delicate, ad esempio, quando il malato soffre di patologie in forma avanzata come la Sla, che è irreversibile e che peggiora con il tempo, e dove anche la ventilazione può non essere più sufficiente, ma anzi complicare ulteriormente la situazione del malato, non ha alcun senso continuare un trattamento a cui il malato non risponde. Si tratta, però, di casi estremi, che riguardano una ristrettissima minoranza, e che al Gemelli vengono trattati all’interno di un’alleanza terapeutica che coinvolge il medico, il paziente, la sua famiglia, tramite un’équipe multidisciplinare che accompagna il malato in ogni stadio della malattia.

“Mai l’abbandono”, dunque?
Il trattamento medico è sempre individuale, perché ogni paziente è diverso da un altro: quello, però, che sicuramente un paziente non chiede mai, in qualunque situazione si trovi, è di essere lasciato solo. La gestione di situazioni terapeutiche estreme va considerata con attenzione e responsabilità, ma non c’è mai la sospensione della cura, bensì la volontà di continuare in modo palliativo a rispettare la sofferenza e la dignità del malato.

6 giugno 2014

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