“Home”, metafora della precarietà
L’esordiente regista franco-svizzera Ursula Meier racconta la storia di una famiglia che si trasferisce in una casa nei pressi di un’autostrada di Massimo Giraldi
“Home”, in uscita da venerdì 30, è un film che, tra pregi e difetti, merita segnalazione per la sua originalità. Lungo un’autostrada silenziosa costruita da anni e mai inaugurata si trova una grande casa con annesso giardino, o quel che resta del manto erboso di una volta. Qui ha preso dimora una famiglia composta da Michel, Marthe e dai loro tre figli, due femmine e un maschio, la prima grandicella, gli altri due più piccoli. Lui la mattina attraversa le due carreggiate, prende la macchina e va al lavoro, i ragazzi aspettano il bus che li porta a scuola (tranne la più grande), lei resta a casa.
L’armonia di questa insolita quotidianità si rompe quando arrivano notizie sull’imminente apertura dell’autostrada. Passano le prime macchine di prova, poi comincia il traffico regolare via via più intenso. La vita in casa diventa difficile, e infine impossibile. Come reagire ? La regista franco-svizzera Ursula Meier, esordiente, concepisce il racconto come una metafora dell’impossibilità contemporanea di avere stabilità. La società è arrivata a un tale punto di squilibrio da non riuscire a garantire tranquillità. Per i più deboli la precarietà diventa un modo di vivere inevitabile. Metafora non sempre lucida, qua e là un po’ forzata, ma nell’insieme curiosa e non priva di forza di coinvolgimento.
26 gennaio 2009